Anima Psyché: Le trame dell'anima

Le trame dell'anima…

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Il progetto “Anima Psyche Le trame dell’anima

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Questo blog non ha carattere giornalistico, viene aggiornata senza periodicità regolare e non rappresenta una testata ai sensi della legge n. 62/2001. I contenuti sono a scopo divulgativo, espressivo o creativo e non costituiscono pareri professionali.

  • Il ritorno e il desiderio di spostarsi

    di Anthony, amico psicologo ed ex figlio…

    C’è qualcosa di stranamente familiare in un ritorno. Non parlo solo di tornare in un luogo, o di riaccendere un profilo social, ma di ritrovare pezzi di sé che avevamo lasciato in un angolo della nostra vita. Quei pezzi che sembravano persi tra messaggi mai inviati, commenti cancellati, e fantasmi di osservatori che pensavamo di aver dimenticato.

    Cos’è un ritorno? Che cosa significa essere uomini, maschi, gay in una società profondamente accerchiata da deliri altrui? E soprattutto perché questa era dell’anti-innocenza sembra corroderci? E poi c’è l’era dell’anti-innocenza. Una realtà che sembra volerci privare della leggerezza, della fiducia nell’altro, perfino della possibilità di sbagliare senza essere marchiati per sempre. Ci sentiamo circondati da occhi che non perdonano, da mani invisibili che annotano ogni passo. Eppure, paradossalmente, proprio in questo contesto impariamo il valore di custodire ciò che è nostro: la nostra mente, le nostre emozioni, la nostra etica.

    Essere uomini, maschi, gay, in una società che sembra costantemente pronta a giudicare, osservare, catalogare… beh, non è semplice. Ogni gesto, ogni parola, ogni sorriso può diventare oggetto di curiosità o sospetto. Ci guardiamo intorno e vediamo occhi invisibili ovunque. Alcuni benigni, altri ossessivi. E tu impari presto che la libertà ha confini che devi tracciare tu stesso.

    Chiudere un social non è fuga. Bloccare chi ti perseguita non è cattiveria. Sono atti di sopravvivenza. Non c’è nulla di egoista in questo, solo cura di sé. E chi ha bisogno di aiuto, chi ti scrive nella notte, lo sa: la presenza non si misura in like o follower. La presenza si misura nella profondità del contatto, nella sincerità di chi ascolta senza farsi sopraffare dal rumore esterno.

    E poi c’è l’era dell’anti-innocenza. Sembra che tutto debba essere esaminato, testato, giudicato. Non puoi sbagliare, non puoi essere ingenuo, non puoi ridere senza che qualcuno annoti. Ma la vera innocenza non è ingenuità. È capacità di fidarsi, di amare, di offrire supporto senza perdere te stesso. È camminare leggero, anche quando il mondo ti preme addosso.

    E allora torniamo. Torniamo nei luoghi della memoria, nei corridoi digitali o nei libri che abbiamo amato, nelle conversazioni interrotte e negli sguardi che ci hanno protetto. Torniamo per ricordarci chi siamo, cosa possiamo dare, e soprattutto quali confini siamo pronti a tracciare.

    Perché essere uomini oggi significa saper scegliere. Scegliere con chi parlare, chi lasciare entrare, chi aiutare. E forse, in questa scelta, troviamo il senso più autentico della nostra forza. Non nel mostrarsi ovunque, ma nel sapere quando e come esserci davvero.

    E in quel ritorno, per quanto complicato o doloroso, scopriamo che la leggerezza è possibile. Sempre. Anche tra spioni, ansie e anti-innocenza. Anche quando la vita ci sfida a guardare il mondo con occhi sospettosi. Perché alla fine, la vera libertà è camminare leggeri, pur restando fedeli a se stessi.

    Da psicologo, e da amico che ha vissuto il peso dello sguardo altrui, dico che chiudere un social, proteggere il proprio spazio digitale, o semplicemente scegliere chi vedere e chi lasciare entrare nella propria vita non è egoismo. È sopravvivenza. È cura di sé. È amore verso chi possiamo davvero aiutare, senza sacrificarci alla curiosità o alla cattiveria degli altri.

    E forse è proprio qui che scopriamo un altro ritorno: quello alla nostra innocenza. Non quella ingenua, che ci rende vulnerabili, ma quella consapevole, che ci permette di continuare a sognare, amare, aiutare, anche quando il mondo sembra volerci piegare.

  • Le sorprese, certi dolori e qualche bell’inganno… take a bow.

    di Anthony, psicologo e… amico

    Un giovedì caldo, ieri: un’amica che adoro è alle prese con pensieri su se stessa e sulla sua salute. Si riprenderà, passerà. Voglio che le passi e ciò che voglio l’ottengo sempre.

    C.B. ed io ieri eravamo a cena insieme. Con noi Mademoiselle Georgette, che ha marinato il liceo a Marsiglia per un bel weekend qui in Italia, quella vera come dicono certi francesi che abitano vicino al confine.

    Dunque la serata passa. C.B. invia il suo articolo, lo fa con quello stile che le invidio da morire, che è anni luce lontano dal mio. Mi ha portato i saluti e un cadeau di Stephanie che non vedo da un po’ di anni. Abbiamo passato molto tempo fra ex sigarette fumate all’aperto nel gazebo del ristorante, della pizzeria, con Georgette che ha legato subito con due ragazzoni del posto, con quell’aria très incredibile che solo Mlle Georgette ha avuto in eredità dalla madre e da suo zio Marceau.

    E alle 21:17, come un orologio rotto, eccolo entrare Marceau, coi suoi pettorali caldi, come dice C.B. Con lui ci sono Paula e Gabriel. La proprietaria del ristorante era stata preavvisata e dunque il tavolo si è allargato. Marceau mi stringe in una stretta che sento quasi offensiva. Si va fuori con le ex sigarette. Georgette saltella per la gioia, C.B. si sistema gli occhi e le labbra, ed io sono fuori. Paula mi parla, io le rispondo con il mio francese stentato, ormai segnato da anni di silenzio. A loro non importa degli errori, loro adorano i miei suoni ed io i loro. Mandiamo una foto di gruppo a Stephanie che risponde con un selfie molto selfish: è assisa sulla sua poltrona preferita con Monsieur Bizet, il gatto.

    Gli altri rientrano. Marceau ed io parliamo di noi, del caffè a Marsiglia, degli affari. Poi mi prende il viso e mi chiede se va tutto bene e dico: “No”. Lui sa, come Simona. Mi abbraccia, ma io sento l’orologio battere. Fa per baciarmi, ma mi ritraggo. Il bacio, solo sulle labbra, è dato a forza e lo accetto. Si parla di Georgette, si pianificano i suoi controlli. Oggi e sabato C.B. fa loro da guida per l’Italia degli ospedali, non per quella dell’arte.

    Ma quand’è che la vera devozione è diventata dolore? C’è stato un tempo in cui la devozione aveva il profumo delle candele accese. Era silenzio pieno, non vuoto. Era cura, non sacrificio. Era avere 24 anni, poi i maledetti 26, sino ad oggi. E allora mi chiedo: quand’è che ha cominciato a fare male? Forse quando l’amore ha smesso di essere reciprocità ed è diventato resistenza. Quando il restare è diventato sopportare. Quando la cura si è trasformata in espiazione.

    La devozione autentica non chiede annullamento. Non chiede di sparire. Non chiede di stringere i denti fino a sanguinare.

    E forse il gesto più devoto che possiamo fare, a volte, è sciogliere le mani. Non per tradire l’amore, ma per restituirgli dignità. Ieri io l’ho sentita la devozione dei miei amici, di quando vissi fra Roma, Firenze e la Francia di Marceau. E a fine serata fu fatta mettere Take a bow dal cameriere e fu subito anni ’90…

    Perché la devozione, quando è vera, non chiede sangue.
    Chiede verità.

  • La fine di un giorno…

    di C.B.
    Italia, sera dello stesso giorno

    Alla fine le 14 sono arrivate, come arrivano sempre le cose che aspettiamo troppo: con una semplicità quasi offensiva. E poi le 19:45…

    Anthony mi aspettava davanti al ristorante con quell’aria che fa finta di non aspettare nessuno. Le mani nelle tasche, lo sguardo altrove, ma gli occhi che si accendono un secondo prima di incontrare i miei. Non ci siamo abbracciati subito. Ci siamo studiati, come se dovessimo riconoscerci di nuovo. È buffo come l’amore, anche quello che conosce ogni cicatrice, abbia bisogno di conferme visive Ma alla fine ci siamo commossi abbracciandoci… Dentro, luce calda. Un tavolino non troppo appartato, perché noi non siamo mai stati bravi a nasconderci davvero. Anthony ha ordinato qualcosa di semplice, io ho fatto finta di essere sofisticata. Abbiamo parlato di Marsiglia, di Gabriel, del croissant, di Monsieur Marceau e dei suoi pettorali caldi che ormai sono diventati un personaggio a sé. Anthony ha riso. Una risata vera, di quelle che sciolgono i giorni “no”.

    A un certo punto è arrivata la telefonata.
    Marceau…Anthony ha alzato gli occhi al cielo, ma con affetto. Io ho ascoltato solo metà conversazione, l’altra metà la leggevo sul suo volto. C’era ironia, c’era complicità, ma non c’era più quel nodo che ieri lo stringeva. Forse perché certe presenze, quando non sono minacce ma semplici orbite che si sfiorano, non fanno paura. Fanno storia: l’ex vita ritorna…

    Abbiamo brindato senza motivo preciso. Alla distanza che non divide. Alla libertà che non scappa. Alla capacità di restare senza trattenere.

    Anthony ha scrollato le spalle. “È fatto così.”
    Io ho risposto: “E tu sei fatto per rispondere.”

    Abbiamo riso. Non di qualcuno, ma della commedia umana che ci attraversa tutti. È questo il bello della nostra amicizia: possiamo osservare le nostre vite come se fossero romanzi, senza farne tragedie greche.

    A metà cena è arrivata davvero la telefonata.
    Marceau, ovviamente.

    Anthony ha risposto con tono tranquillo, quasi divertito. Io sorseggiavo il vino guardando la scena come si guarda un episodio già visto ma ancora godibile. Nessuna tensione, nessuna ritrosia, nessun sottotitolo. Solo persone che si parlano, si cercano, si spiegano. Perché cercarsi è volersi e volersi è crescere… Abbiamo parlato di scuola, di studenti, di futuro, di quel bisogno strano di sentirsi utili e non solo desiderati. Gli ho raccontato del taxi di Raul e del croissant di Gabriel e Georgette. Lui mi ha detto che a volte vorrebbe dormire un mese intero, ma poi non saprebbe rinunciare alle sue inquietudini.

    La nostra cena non è stata epica.
    È stata vera. Poi uscendo, ci siamo salutati con un “ci sentiamo domani” semplice, naturale. Nessun pathos. Solo continuità… E ho capito che alcuni legami non hanno bisogno di bruciare per scaldare.
    Basta che restino accesi. Anthony ed io un’anima un cuore e zero gemelli per ridere, vivere sentire… Monsieur Marceau, coi suoi pettorali caldi, può anche telefonare.
    Noi intanto abbiamo imparato a danzare senza calpestarci.

    À demain.

  • A stasera… avec Marceau e i suoi pettorali…

    di C.B.

    Marsiglia 19 Febbraio 2026

    Solito caffè. Monsieur Marceau coi suoi pettorali caldi mi chiede di Anthony…

    Oggi e più ieri mi sono seduta vicino alla finestra, con la luce che entrava obliqua, e ho pensato a quanto siano strani i legami. Ci sono mani che cercano altre mani, occhi che si incontrano come due pianeti in orbita, e poi ci sono spazi che nessuno osa attraversare. Anthony ieri e la sua giornataccia “no”. Monsieur Marceau gli ha inviato un messaggio di Rick et Paula… e si sono scambiati messaggi ilari… Chissà… Ho sorriso a un ricordo di un abbraccio che sembrava infinito, e subito dopo ho sentito un nodo in gola per ciò che non durerà. È curioso: più si ama, più si teme il momento in cui quel legame si scioglie. Eppure, la bellezza è tutta lì. Nel sapere che, anche se ci allontaniamo, quei frammenti rimangono dentro, caldi come tazze di tè dimenticate sul tavolo.

    Mi piace pensare all’unione come a una danza lenta. Non è possesso, non è controllo. È saper gioire insieme, anche quando i giorni cambiano forma e colore, e accettare la separazione come parte dello stesso movimento. Ci vuole coraggio, a volte, a lasciare andare senza rimpianti. E c’è una dolcezza sottile in quel lasciarsi andare, come se l’anima sapesse che ogni incontro ha la sua eternità.

    Oggi il silenzio, da ieri, è pieno di ricordi e possibilità.

    Aspetto Raul le taxi questa mattina. E io resto qui, seduta, con il cuore aperto, a custodire senza trattenere, a godermi il croissant e il caffè di Gabriel senza pretendere, a imparare che l’amore vero sa accogliere tutto: la vicinanza e la distanza, il desiderio e la libertà.

    Oggi torno in Italia, quella vera e stasera Anthony ed io saremo a cena… Finalmente, e Marceau gli telefonerà, coi suoi pettorali caldi…

    Non vedo l’ora che arrivino le 14… à presto…

    Con empatia

  • Ex vita, stelle e fuoco: confessione di un cuore in battaglia

    di Antonio Di Giorgio, psicologo

    Si è spesso prigionieri di certe note, siano esse canzoni o rumori: ieri troppo rumore e oggi? Chi accenderà parole nuove dentro la mia testa quando il silenzio fa più rumore dei ricordi? Non ho mai amato i film al rallentatore. La mia vita è sempre stata un lampo, una corsa tra stelle appuntate al cielo come chiodi luminosi. O le prendi, o ti feriscono. Vivo così: flash per il giorno e flash per la notte, senza messa a fuoco, con il cuore in battaglia. Non è frenesia. È fame di senso.

    La mia ex vita spesso parla, mi sussurra e urla, coi refusi di parole scomode e scomodissime.

    Ci sono uomini che aspettano che il sole si muova. Io ho sempre avuto l’impressione che il sole resti fermo e che siamo noi a dover cambiare orbita. Ho dipinto il cielo più volte, l’ho truccato quando era grigio, ho travestito gli uccelli da aerei da guerra nei miei pensieri peggiori, quando la paura sembrava l’unica lingua possibile, e poi li ho restituiti al volo, uno ad uno. Il cuore in battaglia non è un cuore violento, è un cuore che non vuole arrendersi al bianco e nero, che sa, che amò e che spesso oggi detesta. Lo accetto e spero la Musa mi assolverà.

    Forse è una questione di sangue antico. Qualcuno, tempo fa, mi raccontò che mio padre sarebbe lontano parente di Ranieri. Non so se sia vero, ma mi piace pensare che certe linee invisibili attraversino i secoli come fili d’oro, non per austerità ma per eredità di fuoco. Ogni uomo riceve colori dai suoi antenati: alcuni l’azzurro della quiete, altri il verde della pazienza. Io ho ricevuto il rosso, non il rosso della rabbia, ma quello della combustione: il fuoco che brucia i segreti, il fuoco bruciò i miei antenati e quel fuoco sta avvolgendo anche il mio corpo, ora, si qui ora.

    La vita che brucia tutti i semafori rossi non è incoscienza, è paura di spegnersi. Ho sempre temuto il vuoto che danza, quel vuoto elegante che ti invita a rallentare, a smettere di sognare troppo in grande. Ma i miei sogni non hanno mai camminato, hanno sempre volato, e quando voli troppo in alto o impari a respirare rarefazione o precipiti. Ci sono giorni in cui mi sento con gli occhi piantati nelle stelle, non per fuggire dalla terra, ma perché la ex vita mi riparla. Con bisogni forti che oggi censuro.

    Il cuore in battaglia è questo: cambiare i colori quando il mondo diventa spento, ritoccare la tela quando la trama sembra strappata, amare prima che la parola finisca, arrivare un attimo prima del deragliamento. Non so chi mi porterà dove il sole non si muove mai, forse nessuno, forse è un viaggio solitario. Ma so che ogni volta che ho vissuto davvero è stato un lampo, un flash, e nel lampo non c’è lentezza, c’è forse la mia verità, e forse anche la tua…

    Il cuore in battaglia non cerca la guerra, cerca luce. E se devo scegliere, scelgo ancora le stelle, scelgo i colori, scelgo il rischio di bruciare. Perché un uomo senza battaglia nel cuore non è in pace, è soltanto spento. E io, spento, non lo sono mai stato.

  • La scelta e le scelte

    di Antonio Di Giorgio, psicologo

    Ci sono momenti in cui si entra dentro un brano e c’è “la sensazione di essere a casa”… Così canta una canzone che ha scandito molte parti della mia ex vita. Ognuno di noi ha una ex vita, essa è fatta di risultati di somme o sottrazioni, gli incontri e gli addii.

    Dirsi addio è più facile di quanto si supponga. “La vita è un mistero e chiunque deve farcela da solo” quella canzone si articola davvero così, perché canta dell’esperienza dell’addio più che dell’incontro, e cos’è un incontro oggi? E oggi siamo OnLine or OnLife? Ci sono momenti in cui si entra dentro un brano e c’è la sensazione di essere a casa. Una casa che non ha mura, ma memoria. Non ha un indirizzo, ma una ferita che pulsa ancora piano. Dirsi addio è più facile di quanto si supponga. Restare è la vera impresa, restare nel senso di essere di esistere di pensare e dunque ri-amare di nuovo, in primo luogo me stesso.

    C’è una canzone che parla di un per sempre pronunciato davanti al sacro, un giuramento che vibra tra desiderio e tremore. “Fino alla morte” non è solo una formula. È una soglia. È l’illusione che l’amore possa contenere l’infinito dentro un corpo finito. Eppure, mentre promettiamo unione, già conosciamo la possibilità della separazione. L’altare e il distacco abitano la stessa scena. Lo sanno Callimaco, Saffo, Catullo, Pindaro Dante, il sublime Tasso che impazzì per amore… e Flaubert, ma più di tutti Wilde che ha insegnato l’amore in tempi in cui esso era punito e proibito, perché tormentare era allora un sottile gioco di potere sadico.

    L’incontro è un’apertura. L’addio è una rivelazione. L’incontro ci fa espandere, l’addio ci definisce. Nell’incontro siamo possibilità. Nell’addio siamo verità.

    C’è una preghiera che diventa canzone, e una canzone che diventa confessione. In quella confessione l’amore non è solo dolcezza, è anche colpa, è anche paura, è anche desiderio che brucia. Lì l’unione è così intensa da sfiorare la dissoluzione. Amare significa esporsi alla morte simbolica di ciò che eravamo prima. Ogni grande amore è una piccola apocalisse: così insegnò l’amore a Socrate la sublime Diotima.

    Forse è questo il paradosso che ci abita, che è “inside of me” come recita il passo stupendo di quella canzone il cui titolo è “Vivi per raccontare”: vogliamo un legame che ci salvi, ma ogni legame autentico ci cambia. E cambiare è perdere qualcosa.
    Amore e morte non sono opposti. Sono fratelli. Uno ci unisce, l’altra ci separa. Ma entrambi ci trasformano.

    E oggi? Siamo OnLine o OnLife? Ci incontriamo in spazi che non hanno odore, ci promettiamo eternità con un messaggio, ci lasciamo con un silenzio digitale. L’addio è diventato notificabile. L’incontro è diventato scorrevole. Ma il cuore non è mai stato virtuale. Lui sente ancora come senteva quando l’amore si scriveva su carta. “For ever” è una parola enorme. Eppure continuiamo a pronunciarla. Perché ci salverà…

    Forse perché in ogni addio c’è una preghiera nascosta.
    Forse perché in ogni incontro speriamo che questa volta la morte non entri.
    Forse perché abbiamo bisogno di credere che l’unione possa resistere alla fine.

    La verità è che ogni “fino alla morte” contiene due movimenti: l’abbraccio e il distacco. Non c’è promessa che non porti in sé la possibilità della frattura. Non c’è amore che non sappia, in fondo, di essere fragile.

    E tuttavia continuiamo.

    Continuiamo a incontrare.
    Continuiamo a giurare.
    Continuiamo a credere.

    Perché, nonostante tutto, quando un brano ci attraversa e sentiamo quella sensazione di essere a casa, capiamo che la casa non è l’altro.
    La casa è la capacità di amare, anche sapendo che potremmo perdere.

    Forse la nostra ex vita non è ciò che è finito.
    È ciò che ci ha insegnato a restare, almeno un po’, dentro ogni addio.

    E in quell’istante, mentre l’amore e la morte si guardano negli occhi, noi siamo vivi.

  • Rumore silenzi e competizione

    di Antonio Di Giorgio psicologo

    Ci sono mattine in cui ti svegli e senti che il mondo ti sta spingendo in tutte le direzioni. E tu, come un funambolo, cerchi di mantenere l’equilibrio. In ambienti competitivi, o semplicemente nella vita di ogni giorno, ho scoperto una regola semplice: meno superficie offri, meno attrito generi. Il caffè è li, il bollitore fa rumore e i pensieri si inoltrano in un lunedì pensieroso e poco simile a se stesso.

    Meno superficie? Si. Non è chiudersi agli altri. Non è diventare indifferenti. È piuttosto imparare a misurare la propria esposizione. Ho provato a parlare troppo, a spiegare troppo, a mostrare ogni sfumatura di quello che penso e sento… e ogni gesto generava attrito, incomprensioni, frustrazioni. Poi ho capito che, come in un gioco di scacchi, a volte il movimento migliore è quello invisibile.

    Così ho cominciato a fare esperienza del silenzio operoso: lavorare, costruire, migliorare senza urlare al mondo quanto sto facendo. Meno superficie offerta, meno urti con chi non è pronto a capire. È un’arte sottile, che richiede dubbi e pazienza, perché il rischio è quello di sentirsi invisibile. Ma scopri presto che chi conta davvero percepisce la profondità senza bisogno di apparire in superficie.

    E così impari a muoverti leggero, a scivolare tra le tensioni senza perderti. L’attrito diminuisce, la vita diventa più gestibile, e l’energia che risparmi la investi dove serve davvero: nei rapporti autentici, nelle passioni silenziose, nei progetti che parlano senza clamore.

    Lunedì mattina, mentre il caffè riempie la cucina di un aroma caldo e quasi sensuale, apro le finestre e lascio entrare ciò che sarà o non sarà. C’è una lucentezza sulle strade che mi fa pensare a un’energia nuova, pronta a scorrere. Scorro le dita sulle pagine del mio quaderno, dove idee e appunti si intrecciano con pensieri più intimi. E mentre il rumore del mondo si sveglia lentamente, sono qui al solito piccolo caffè ripenso al riflesso di un ragazzo, era pensieroso nella sua tazza di caffè: il mio sguardo si posa su un passante che mi sfiora per un attimo, e un brivido leggero percorre la schiena.

    È un piccolo gioco di attenzione e desiderio, un promemoria che la vita può sorprendere, anche nei dettagli più minuti. La settimana inizia così: operosa, attenta, e con quella tensione sottile che rende ogni gesto carico di possibilità, senza bisogno di rumore, senza bisogno di esagerazioni. La vita accade.

    Alla fine, essere uomini in un mondo che ci spinge a dimostrare tutto, in ogni momento, diventa un esercizio di equilibrio. Una danza silenziosa dove la forza non sta nel mostrare, ma nel sapere quando lasciare scorrere.

    Con empatia…

  • A mai più?

    di C.B. & Anthony

    Abbiamo deciso di scrivere questo articolo insieme. Passate le feste, o meglio il week end di San Valentino, forse è il momento di dirsi le cose come stanno davvero.

    Ci siamo voluti bene anche lì, negli spazi veloci e luminosi di Facebook e Instagram. Abbiamo condiviso parole, immagini, riflessioni, sorrisi. Abbiamo incontrato persone gentili, storie inattese, frammenti di umanità che resteranno con noi. Non rinneghiamo nulla. Ogni stagione ha avuto il suo senso.

    Eppure, oggi sentiamo che è tempo di un passaggio diverso. Abbiamo scelto di chiudere gli spazi social di Le Trame dell’Anima/Anima Psychè su Facebook e Instagram. Non per rabbia, non per delusione, non per una polemica. Ma per fedeltà. Fedeltà a ciò che siamo diventati.

    Nel tempo abbiamo percepito qualcosa che non volevamo più ignorare. La sovraesposizione costante, il bisogno implicito di presenza, la logica della reazione immediata. Il rischio sottile di trasformare la profondità in contenuto. La complessità in slogan. Il dolore in post. L’amore in consenso.

    Non è colpa di nessuno. È il funzionamento stesso di quei luoghi.

    Facebook e Instagram sono piazze immense. E nelle piazze si alza la voce. Si semplifica. Si reagisce. Si prende posizione in fretta. A volte si fraintende. A volte si viene fraintesi.

    Noi lavoriamo con le parole come si lavora con la terra. Con lentezza. Con rispetto. Con silenzi necessari.

    Ci siamo accorti che restare lì iniziava a chiederci un prezzo interiore troppo alto. Non in termini di tempo soltanto. Ma in termini di energia emotiva. Di attenzione. Di esposizione ai rancori, agli odi, ai dissapori che circolano come polvere sottile e si depositano anche quando non li cerchi.

    Non vogliamo nutrirci di quel clima. E non vogliamo contribuire, neppure involontariamente, ad alimentarlo.

    Chiudere non è fuggire. È scegliere il luogo in cui sostare.

    Abbiamo compreso che la nostra scrittura non può vivere nella continua anticipazione del giudizio, del numero, della reazione. La nostra scrittura nasce da un ascolto. E l’ascolto ha bisogno di una stanza, non di un palco.

    Sovraesporsi non è sempre sinonimo di autenticità. A volte è solo una richiesta silenziosa di essere visti. Ma noi vogliamo essere letti. Che è diverso.

    Essere letti implica tempo. Implica profondità. Implica un incontro meno rumoroso e più vero.

    Non abbiamo nulla contro chi resta. Non c’è superiorità in questa scelta. Ognuno conosce il proprio equilibrio. Per noi, oggi, equilibrio significa sottrarci a una dinamica che rischiava di portarci lontano da ciò che desideriamo custodire.

    Le Trame dell’Anima non nasce per accumulare consenso. Nasce per generare senso.

    Vogliamo proteggere lo spazio interiore da cui scriviamo. Vogliiamo che le parole non diventino reazione, ma risonanza. Non risposta a un algoritmo, ma risposta a una domanda autentica.

    Chiudere quei profili è un gesto di cura. Verso il progetto. Verso chi ci legge. Verso noi stessi.

    Continueremo a scrivere. Continueremo a condividere. Ma lo faremo nei luoghi che sentiamo più coerenti con il nostro passo. Meno immediati, forse. Meno visibili, forse. Ma più fedeli.

    Se resterete con noi, lo farete per scelta. Non per abitudine. Non perché un contenuto vi è apparso mentre scorrevate distrattamente. Ma perché avrete deciso di entrare.

    E questo, per noi, vale infinitamente di più.

    Con gratitudine per ciò che è stato.
    Con rispetto per chi continua altrove.
    Con fiducia in ciò che sta nascendo.

    C.B. & Anthony

  • Le Flash et l’Ouragan

    di Anthony

    La necessità ci rende tutti complicati e semplici… Prima che fosse Monsieur Marceau, prima del caffè a Marsiglia, prima di Gabriel e Marianne, c’era Firenze. Fine anni Ottanta. Io ero soltanto Antonio, con troppi libri sotto il braccio e una fame di futuro che non sapevo ancora nominare.

    All’Università degli Studi di Firenze vivevo più nei corridoi che a casa. In via Cavour c’era una biblioteca dove il silenzio sembrava avere una consistenza propria. Fu lì che lo vidi. Nella mia vita di allora c’era un discreto caos emotivo, vivevo fra biblioteche, libri, sorrisi lacrime, walkman e biglietti di treni e autobus, di cornetti a portar via e litri di caffè.

    Marceau veniva da Bastia. Studiava Scienze politiche ed Economia. Aveva spalle larghe e uno sguardo fermo, come chi è abituato al vento del mare. Alzò gli occhi dal libro e mi guardò. Non fu un colpo di scena. Fu una certezza.

    Ci sedemmo spesso uno di fronte all’altro. All’inizio solo appunti scambiati, poi frasi, poi confidenze leggere come carta sottile. Io parlavo del mio bisogno di capire il mondo. Lui del desiderio di costruirsi un posto che fosse suo.

    Una sera, era freddo, uscendo dalla biblioteca, Firenze era dorata. Camminammo lungo via Cavour senza fretta: mi scortava ai treni. Le nostre mani si sfiorarono per caso. Poi non fu più un caso. Ci fermammo sotto una finestra socchiusa da cui usciva odore di cena. Mi prese il volto tra le mani come si prende qualcosa di fragile e prezioso. Ci baciammo. Un bacio lento, inesperto e necessario. Le sue dita intrecciate alle mie. Niente oltre. Restammo così, stretti quel tanto che basta a sentire il battito dell’altro.

    “Ti amo”, disse in francese.
    “Ti amo”, risposi in italiano.
    Poi ancora, quasi sorridendo, in altre lingue che conoscevamo male ma che ci sembravano infinite. Non andammo più lontano. Non per paura. Per scelta. Come se entrambi avessimo capito che oltre quella soglia sarebbe cambiato qualcosa che volevamo proteggere.

    La necessità era già lì. Io con la mia identità in formazione, con una strada che chiedeva verità. Lui con la sua ambizione limpida, con il bisogno di diventare uomo prima ancora che amante. Col tempo ci dicemmo addio senza drammi. Ma quell’amore rimase intatto, custodito come un libro raro che si consulta solo con mani pulite.

    Anni dopo, quando entrai nel suo caffè a Marsiglia e lo rividi dietro il bancone, capii che il tempo non torna come era. Torna abitato. Accanto a lui c’erano Gabriel e Marianne, e la vita aveva fatto il suo giro.

    Ma a volte, quando mi guarda in silenzio, rivedo il ragazzo di via Cavour che mi teneva il volto tra le mani e pronunciava “Je t’aime” come fosse una promessa senza possesso. La necessità ci ha resi uomini. Quel bacio ci ha lasciati interi.

  • La serata di ieri…

    di C.B.

    Marsiglia 12 Febbraio 2026

    Torna il tempo che era? Ieri da mio rientro a Marsiglia passo dal mio solito caffè: Mlle Georgette mi fa avere i miei croissant che erano stati messi da parte la mattina, vuoti senza nulla, poi Georgette mi dà il suo solito bacio e il suo caloroso abbraccio, e mi dice dei libri che sta leggendo e dell’interrogazione che nel suo pomeriggio ha tenuto al liceo, e poi ripensa alla mamma.

    Le sorrido, prendo le mie compresse mi tolgo il mio cappellino, poso la mia borsa, il locale è popolato dei soliti clienti che sorseggiano dai propri bicchieri iil fine della loro tensione giornaliera, mentre io so che il mio cortisolo è in moderazione. Parlo con Georgette, le sciolgo le sue trecce, Monsieur Marceau coi suoi pettorali pronunciati mi lancia il suo solito sorriso, dice qualcosa a Georgette che va via e mi informa che la dolcissima Mademoiselle ha riavuto il suo ciclo dopo l’interruzione fisiologica dovuta all’intervento che aveva subito. Resto perplessa, e in completa paralisi dico a Monsier Marceau: “E adesso?” Lui si fa serio si siede, e dice se non sia il caso di portare Georgette da Madame Corraine, la dottoressa che l’ha operata, guardo l’orologio alla parete, è un orario tale per cui si può solo mandare un email, e lo faccio e dunque scrivo all’oncologa, che mi risponde dopo soli pochi istanti il tempo di tre minuti: il messaggio è confortante, il referto istologico fa ben sperare in totale remissione.

    Georgette e il suo ciclo e il corpo che le ritornerà dolce e sinuoso, ma io spero che dal volto torneranno i bei sorrisi di quando viveva con sua madre.

    Monsieur Marceau, è teso, è bello come Mellors, mi ringrazia, mi chiede di Anthony, gli dico che sta sempre peggio, che si è preso una pausa e Gabriel e Marianne ci raggiungono; Marianne quando sente di Anthony si fa seria, Gabriel ha sistemato la macchina dell’espresso: il caffè stasera è abitato più che mai. Mlle Georgette ritorna: Marianne le dà un abbraccio e Gabriel le dice che Mathieu l’aveva cercata e sarebbe tornato dal tabaccaio fra poco, Georgette si fece seria ci disse che non voleva vederlo, ma le suggerii di non esser sciocca, sicuramente Lucille li avrebbe raggiunti, e fu proprio così, e dunque i tre ragazzi decisero di andare al cinema a vedere qualcosa di improbabile e mangiare qualcosa di altrettanto discutibile. Marceau sbottò e io gli risposi “Che vuoi che sia è cibo: cibo e amici, falla essere felice…”. Lui mi guardò, mi stavo alzando presi il sacchetto coi miei due cornetti, non vollero farmi pagare nulla, salutai tutti à ma manière e andai via.

    Non sto molto lontana dal caffè di Monsieur Marceau e di Georgette sua nipote, e loro abitano nel mio palazzo: io al sesto loro al quarto piano.

    Più tardi a casa, mentre sistemavo degli appunti ricevetti la notifica di un messaggio di Marianne: “Grazie che ti prendi cura di noi”… e mentre leggevo avevo di fronte a me la foto della bellissima Madame Ida, accanto alla foto dei miei amatissimi genitori: e mi sentii sola, e all’improvviso una voce mi sussurò “Bevi il tuo caffè finchè è caldo, e va’ a dormire…”

    E fu così che celebrai me stessa.

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