
di Anthony, psicologo e… amico
Un giovedì caldo, ieri: un’amica che adoro è alle prese con pensieri su se stessa e sulla sua salute. Si riprenderà, passerà. Voglio che le passi e ciò che voglio l’ottengo sempre.
C.B. ed io ieri eravamo a cena insieme. Con noi Mademoiselle Georgette, che ha marinato il liceo a Marsiglia per un bel weekend qui in Italia, quella vera come dicono certi francesi che abitano vicino al confine.
Dunque la serata passa. C.B. invia il suo articolo, lo fa con quello stile che le invidio da morire, che è anni luce lontano dal mio. Mi ha portato i saluti e un cadeau di Stephanie che non vedo da un po’ di anni. Abbiamo passato molto tempo fra ex sigarette fumate all’aperto nel gazebo del ristorante, della pizzeria, con Georgette che ha legato subito con due ragazzoni del posto, con quell’aria très incredibile che solo Mlle Georgette ha avuto in eredità dalla madre e da suo zio Marceau.
E alle 21:17, come un orologio rotto, eccolo entrare Marceau, coi suoi pettorali caldi, come dice C.B. Con lui ci sono Paula e Gabriel. La proprietaria del ristorante era stata preavvisata e dunque il tavolo si è allargato. Marceau mi stringe in una stretta che sento quasi offensiva. Si va fuori con le ex sigarette. Georgette saltella per la gioia, C.B. si sistema gli occhi e le labbra, ed io sono fuori. Paula mi parla, io le rispondo con il mio francese stentato, ormai segnato da anni di silenzio. A loro non importa degli errori, loro adorano i miei suoni ed io i loro. Mandiamo una foto di gruppo a Stephanie che risponde con un selfie molto selfish: è assisa sulla sua poltrona preferita con Monsieur Bizet, il gatto.
Gli altri rientrano. Marceau ed io parliamo di noi, del caffè a Marsiglia, degli affari. Poi mi prende il viso e mi chiede se va tutto bene e dico: “No”. Lui sa, come Simona. Mi abbraccia, ma io sento l’orologio battere. Fa per baciarmi, ma mi ritraggo. Il bacio, solo sulle labbra, è dato a forza e lo accetto. Si parla di Georgette, si pianificano i suoi controlli. Oggi e sabato C.B. fa loro da guida per l’Italia degli ospedali, non per quella dell’arte.
Ma quand’è che la vera devozione è diventata dolore? C’è stato un tempo in cui la devozione aveva il profumo delle candele accese. Era silenzio pieno, non vuoto. Era cura, non sacrificio. Era avere 24 anni, poi i maledetti 26, sino ad oggi. E allora mi chiedo: quand’è che ha cominciato a fare male? Forse quando l’amore ha smesso di essere reciprocità ed è diventato resistenza. Quando il restare è diventato sopportare. Quando la cura si è trasformata in espiazione.
La devozione autentica non chiede annullamento. Non chiede di sparire. Non chiede di stringere i denti fino a sanguinare.
E forse il gesto più devoto che possiamo fare, a volte, è sciogliere le mani. Non per tradire l’amore, ma per restituirgli dignità. Ieri io l’ho sentita la devozione dei miei amici, di quando vissi fra Roma, Firenze e la Francia di Marceau. E a fine serata fu fatta mettere Take a bow dal cameriere e fu subito anni ’90…
Perché la devozione, quando è vera, non chiede sangue.
Chiede verità.


