Anima Psyché: Le trame dell'anima

Le trame dell'anima…

Categoria: Filosofia

  • di Anthony, psicologo e… amico

    Un giovedì caldo, ieri: un’amica che adoro è alle prese con pensieri su se stessa e sulla sua salute. Si riprenderà, passerà. Voglio che le passi e ciò che voglio l’ottengo sempre.

    C.B. ed io ieri eravamo a cena insieme. Con noi Mademoiselle Georgette, che ha marinato il liceo a Marsiglia per un bel weekend qui in Italia, quella vera come dicono certi francesi che abitano vicino al confine.

    Dunque la serata passa. C.B. invia il suo articolo, lo fa con quello stile che le invidio da morire, che è anni luce lontano dal mio. Mi ha portato i saluti e un cadeau di Stephanie che non vedo da un po’ di anni. Abbiamo passato molto tempo fra ex sigarette fumate all’aperto nel gazebo del ristorante, della pizzeria, con Georgette che ha legato subito con due ragazzoni del posto, con quell’aria très incredibile che solo Mlle Georgette ha avuto in eredità dalla madre e da suo zio Marceau.

    E alle 21:17, come un orologio rotto, eccolo entrare Marceau, coi suoi pettorali caldi, come dice C.B. Con lui ci sono Paula e Gabriel. La proprietaria del ristorante era stata preavvisata e dunque il tavolo si è allargato. Marceau mi stringe in una stretta che sento quasi offensiva. Si va fuori con le ex sigarette. Georgette saltella per la gioia, C.B. si sistema gli occhi e le labbra, ed io sono fuori. Paula mi parla, io le rispondo con il mio francese stentato, ormai segnato da anni di silenzio. A loro non importa degli errori, loro adorano i miei suoni ed io i loro. Mandiamo una foto di gruppo a Stephanie che risponde con un selfie molto selfish: è assisa sulla sua poltrona preferita con Monsieur Bizet, il gatto.

    Gli altri rientrano. Marceau ed io parliamo di noi, del caffè a Marsiglia, degli affari. Poi mi prende il viso e mi chiede se va tutto bene e dico: “No”. Lui sa, come Simona. Mi abbraccia, ma io sento l’orologio battere. Fa per baciarmi, ma mi ritraggo. Il bacio, solo sulle labbra, è dato a forza e lo accetto. Si parla di Georgette, si pianificano i suoi controlli. Oggi e sabato C.B. fa loro da guida per l’Italia degli ospedali, non per quella dell’arte.

    Ma quand’è che la vera devozione è diventata dolore? C’è stato un tempo in cui la devozione aveva il profumo delle candele accese. Era silenzio pieno, non vuoto. Era cura, non sacrificio. Era avere 24 anni, poi i maledetti 26, sino ad oggi. E allora mi chiedo: quand’è che ha cominciato a fare male? Forse quando l’amore ha smesso di essere reciprocità ed è diventato resistenza. Quando il restare è diventato sopportare. Quando la cura si è trasformata in espiazione.

    La devozione autentica non chiede annullamento. Non chiede di sparire. Non chiede di stringere i denti fino a sanguinare.

    E forse il gesto più devoto che possiamo fare, a volte, è sciogliere le mani. Non per tradire l’amore, ma per restituirgli dignità. Ieri io l’ho sentita la devozione dei miei amici, di quando vissi fra Roma, Firenze e la Francia di Marceau. E a fine serata fu fatta mettere Take a bow dal cameriere e fu subito anni ’90…

    Perché la devozione, quando è vera, non chiede sangue.
    Chiede verità.

  • di C.B.

    Marsiglia 19 Febbraio 2026

    Solito caffè. Monsieur Marceau coi suoi pettorali caldi mi chiede di Anthony…

    Oggi e più ieri mi sono seduta vicino alla finestra, con la luce che entrava obliqua, e ho pensato a quanto siano strani i legami. Ci sono mani che cercano altre mani, occhi che si incontrano come due pianeti in orbita, e poi ci sono spazi che nessuno osa attraversare. Anthony ieri e la sua giornataccia “no”. Monsieur Marceau gli ha inviato un messaggio di Rick et Paula… e si sono scambiati messaggi ilari… Chissà… Ho sorriso a un ricordo di un abbraccio che sembrava infinito, e subito dopo ho sentito un nodo in gola per ciò che non durerà. È curioso: più si ama, più si teme il momento in cui quel legame si scioglie. Eppure, la bellezza è tutta lì. Nel sapere che, anche se ci allontaniamo, quei frammenti rimangono dentro, caldi come tazze di tè dimenticate sul tavolo.

    Mi piace pensare all’unione come a una danza lenta. Non è possesso, non è controllo. È saper gioire insieme, anche quando i giorni cambiano forma e colore, e accettare la separazione come parte dello stesso movimento. Ci vuole coraggio, a volte, a lasciare andare senza rimpianti. E c’è una dolcezza sottile in quel lasciarsi andare, come se l’anima sapesse che ogni incontro ha la sua eternità.

    Oggi il silenzio, da ieri, è pieno di ricordi e possibilità.

    Aspetto Raul le taxi questa mattina. E io resto qui, seduta, con il cuore aperto, a custodire senza trattenere, a godermi il croissant e il caffè di Gabriel senza pretendere, a imparare che l’amore vero sa accogliere tutto: la vicinanza e la distanza, il desiderio e la libertà.

    Oggi torno in Italia, quella vera e stasera Anthony ed io saremo a cena… Finalmente, e Marceau gli telefonerà, coi suoi pettorali caldi…

    Non vedo l’ora che arrivino le 14… à presto…

    Con empatia

  • di C.B.

    Marsiglia 12 Febbraio 2026

    Giorni fa era un giorno che unisce con filo rosso (lo portiamo da decenni al polso sinistro Anthony ed io) la mia vita e quella di Anthony il 10 coincide con il compleanno di mio figlio, Emmanuel e quello del padre di Anthony. Oggi se fosse con me avrebbe avuto ventotto anni. Ho smesso di piangerlo presto, quando conobbi il dolore dei genitori di Anthony: sua madre Mme Ida mi disse, con gli occhi neri e profondi, e un po’ di incertezza della voce, che avrei imparato con gli anni a farlo parlare fra le mani, rammentando le carezze e il sorriso inespresso, e M. R-Antonio, mi fece quel giorno solo un caffè e un sorriso, e poi mi disse “Tieni alta la testa, e corri come il vento” e sua moglie aggiunse: “Si, là nel vento ti parlerà per sempre… Bevi il tuo caffè finché è caldo e mangia il biscotto per la sua anima…”. Mme Ida ripeteva sovente di mangiare dei bocconi per l’anima di qualcuno, Mme faceva dei biscotti molto strani, erano più resti di torte mal estratte dalle teglie, ma erano talmente buoni che c’era un sorriso e una gioia senza fine in quegli occhi neri, bellissimi, dalle sopracciglia a forma di ali di gabbiano antico che volava fra i mari di Israele, Grecia e Italia: questa era Mme-Donna Ida Celeste, Bennardis-Messina Di Giorgio, che per un po’ mi fece da madre quando sola con il mio dolore, con i miei giovani anni avendo perduto i miei genitori da bambina vissi con loro e Anthony… Era tanto tanto tempo fa…

    Ho comprato mesi fa un best seller, è un romanzo, di Toshikazu Kawaguchi, il cui titolo è “Finché il caffè è caldo”, Panorama lo ha recensito con uno slogan accattivante: Un balsamo per le nostre ferite. Mentre scrivo ho ancora alle orecchie la telefonata fatta con Anthony, che mi diceva di aver passato qualche ora dai suoi, al cimitero dei Lupi a Livorno, lui vaga ramingo fra gli antichi colonnati, al Tempio cinerario, fra i Pargoli (è una sezione del cimitero dove sono sepolti i suoi ex amichetti di quando era in ospedale da piccolo) e ripensa a tutti loro come fosse ieri. Io lo invidio. Ho voluto silenziare il mio dolore, il mio grido al vento, per non disperarmi: Anthony è sereno, serenissimo fra il suo Spoon River ai Lupi, io se entro in un cimitero mi vergogno, perché non ho avuto il coraggio di amare, di credere, di sopperire di oltrepassare me stessa, e mi sono fermata fra chili e quintali di pagine satinate lette e trasudate pur di non cedere alle cose più sublimi della vita vera, non di quella di certe finzioni.

    Sono al mio solito caffè con il nuovo Crostini che Anthony ed io abbiamo comprato quasi in contemporanea: ci facilità molto il lavoro, il mio come il suo ha la tastiera nera, come vorrei fosse bianca, noi imparammo a battere sulla tastiera da bimbetti con macchine per scrivere giocattolo, Alessandra era morta da un po’ ed io ero ospite allora di Mme Odette (la pronuncia era Odette all’italiana, non alla francese), a Livorno di fronte a dove viveva Anthony, secondo ciò che per me decise un giudice dopo la morte di mia madre e mio padre, avevo allora undici anni.

    Qui Mlle Georgette, ancora dorme, laggiù c’è Monsieur Marceau che con i suoi favolosi pettorali mi sorride simpatico, e Gabriel sta almanaccando alla grande macchina dell’espresso che ieri ha avuto problemi. Gabriel mi ha fatto il mio americano con la tazza NewYork e la polvere istantanea che ho comprato in un supermercato a Ventimiglia, perché adoro varcare la frontiera e fare dispetto sia ai gendarmi che a certi panciuti signori italiani. Mlle Georgette mi porterà il croissant solo verso le sei ho ancora tempo, l’orologio non scorre molto, la città si sta svegliando: il mio croissant sarà conservato per stasera, Max le taxi arriverà fra venti minuti, ho il tempo di eliminare i refusi dal mio testo, di impaginare il mio breve tema e regalarlo a chi mi leggerà, a chi poi leggerà Anthony.

    Con Max le taxi, andrò a Ventimiglia, oggi sarò in Italia per gran parte del giorno, non potrò fare altro che ascoltare, bere del tè freddo, cibarmi con un croissant italiano, ascoltare i suoni degli italiani che mi mancano da morire e ripensare a Mme Ida e suo marito. Oggi non silenzierò il mio dolore. Il caffè è ancora caldo ho messo un abito comodo, il profumo all’Assenzio che Anthony mi ha fatto avere da una erboristeria di Livorno, e ho messo qualche goccia di English Lavander in memoria di Mme Ida e di Alessandra, sua figlia: i nostri figli e Mme Ida spero mi proteggeranno nel mio vagabondare.

    Stanotte tornerò a casa, e piangerò, con il documentario della vita di Marylin.

  • di Antonio Di Giorgio, psicologo

    Siamo immersi in un’epoca che celebra l’autorealizzazione, l’affermazione del sé, la visibilità. Eppure, qualcosa nel meccanismo si è inceppato. Quello che doveva essere un sano amor proprio si è distorto in un narcisismo patologico collettivo, che non si limita più alla sfera clinica, ma serpeggia come un’isteria sotterranea, confondendo i confini tra identità e performance, tra bisogno e diritto, tra vulnerabilità e debolezza. Non si tratta più solo di individui con un disturbo di personalità (come descritto nel DSM-5 con i suoi criteri di grandiosità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia), ma di un clima culturale che normalizza e alimenta tratti narcisistici, trasformandoli in nuove norme sociali (Twenge & Campbell, 2009, The Narcissism Epidemic).

    Questa “epidemia” si manifesta come un intruso confuso – un’entità che infetta il linguaggio, le relazioni e la percezione del reale. Da un lato, abbiamo una retorica ossessiva sul self-care e sul mettersi al primo posto; dall’altro, un aumento documentato di sentimenti di solitudine, ansia sociale e difficoltà relazionali. Come scrive la filosofa Byung-Chul Han ne La società della stanchezza (2010), la società prestazionale ci spinge a essere imprenditori di noi stessi, in una competizione che non ammette fallimenti e che genera soggetti depressi, isolati e, paradossalmente, narcisisti: ossessionati dalla propria immagine perché incapaci di costruire legami autentici.

    Nelle relazioni affettive, questa confusione raggiunge il suo apice. Sempre più spesso, dinamiche come il ghosting, il breadcrumbing o l’overthinking relazionale non sono solo frutto di immaturità, ma sintomi di un’incapacità di vedere l’altro come soggetto separato, con bisogni propri. Il partner diventa uno “specchio” che deve riflettere una grandiosità altrimenti fragile (Lasch, 1979, La cultura del narcisismo). L’amore si trasforma in una ricerca di “approvvigionamento narcisistico” – un termine clinico che descrive il bisogno di attenzione e ammirazione per regolare un’autostima cronicamente instabile. Quando questa fornitura viene meno, scatta l’ira, il disprezzo o la fuga. Non è un caso che le app di dating, costruite su logiche di swipe e di mercificazione dell’incontro, siano terreno fertile per queste dinamiche (Sales, 2015, American Girls: Social Media and the Secret Lives of Teenagers).

    Ma è nella sfera pubblica e digitale che l’isteria narcisistica mostra il suo volto più grottesco. I social media non hanno creato il narcisismo, ma gli hanno fornito un palcoscenico perfetto: la cultura della performance, del personal branding, della vita esposta come un prodotto da vendere (Turkle, 2011, Insieme ma soli). Il like diventa una micro-somministrazione di approvvigionamento; il post una richiesta di conferma della propria esistenza. Il confine tra vita reale e vita rappresentata si sfalda, generando una confusione identitaria cronica: chi sono io quando nessuno mi guarda? Chi sono io senza like? È l’interrogativo angosciante che attraversa le nuove generazioni, sempre più diagnosticate con ansia sociale e disturbi dell’immagine corporea.

    Questa confusione si traduce in un’isteria sociale – un termine forte, ma non esagerato. Isteria come incapacità di contenere e elaborare le emozioni, che vengono invece agite in modo teatrale, virale, performativo. Si pensi alla cancel culture, spesso guidata più da un desiderio di purificazione morale narcisistica (“io sono dalla parte giusta”) che da una reale volontà di giustizia sociale. O alla politica ridotta a scontro tra personalità, dove le idee contano meno dell’impressione di forza e sicurezza (Mason, 2018, The Narcissist in Chief).

    Cosa si nasconde sotto questa epidemia? Una paura profonda della vulnerabilità e della dipendenza. Il narcisista patologico fugge dalla dipendenza perché la associa a un annichilimento del sé (Ronningstam, 2005, Identifying and Understanding the Narcissistic Personality). In una cultura che esalta l’autosufficienza assoluta, la dipendenza – emotiva, relazionale, comunitaria – diventa un tabù. Il risultato è un individuo iper-connesso ma profondamente solo, forte nell’immagine ma fragile nell’anima, pieno di diritti ma vuoto di bisogni riconosciuti.

    Quale via d’uscita? Non serve una crociata moralistica contro il sé. Serve, forse, recuperare un’etica della limitazione e della reciprocità. Riconoscere che il nostro sé si costituisce sempre nell’incontro con l’altro, nella dipendenza reciproca, nella vulnerabilità condivisa (Benjamin, 1988, I legami d’amore). Serve una cultura che smetta di celebrare l’autosufficienza eroica e inizi a valorizzare l’interdipendenza, la cura, la fragilità come risorse collettive. In fondo, l’antidoto al narcisismo non è l’annullamento del sé, ma la sua relazionalità. Solo quando smetteremo di guardarci nello specchio per cominciare a guardarci negli occhi, potremo scorgere un orizzonte comune oltre il riflesso isolato della nostra iperbolica, e sempre più confusa, immagine.


    Bibliografia essenziale

    1. Twenge, J. M., & Campbell, W. K. (2009). The Narcissism Epidemic: Living in the Age of Entitlement.
    2. Byung-Chul Han (2010). La società della stanchezza.
    3. Lasch, C. (1979). La cultura del narcisismo.
    4. Sales, N. J. (2015). American Girls: Social Media and the Secret Lives of Teenagers.
    5. Turkle, S. (2011). Insieme ma soli.
    6. Mason, L. (2018). The Narcissist in Chief: Narcissistic Leadership in the Political Sphere.
    7. Ronningstam, E. (2005). Identifying and Understanding the Narcissistic Personality.
    8. Benjamin, J. (1988). I legami d’amore.
  • di C.B.

    Chi cosa come dove quando perché sono le domande che ci inseguono per tutta la vita come vecchi insegnanti che non hanno mai smesso di interrogarci, anche quando abbiamo smesso noi di alzare la mano.

    Le impariamo da piccoli come formule magiche, convinti che basti pronunciarle nell’ordine giusto per tenere insieme il mondo, come se l’esistenza fosse un tema da svolgere con una bella grafia e un finale coerente. Poi cresciamo e scopriamo che la vita non solo bara, ma cambia le domande mentre stiamo ancora cercando la risposta precedente.

    Il chi, per esempio, smette presto di essere un nome e diventa una fatica, un tentativo quotidiano di restare riconoscibili a noi stessi mentre tutto intorno ci chiede di adattarci, di essere funzionali, di non disturbare. Il cosa arriva quasi sempre senza preavviso, come una notifica che non volevamo aprire, qualcosa che succede e che poi siamo costretti a raccontare, a spiegare, a tradurre in parole accettabili anche quando dentro di noi è solo caos o silenzio. Il come è la domanda più spietata e più tenera insieme, perché nessuno ci chiede davvero come abbiamo fatto, eppure è lì che si nasconde la verità, nei modi storti con cui abbiamo resistito, nelle strategie improvvisate, nei sorrisi messi come cerotti su ferite che non sanguinavano più ma facevano ancora male. Il dove non è quasi mai un luogo preciso, è uno stato dell’anima, una posizione interiore in cui eravamo troppo esposti o troppo chiusi, troppo soli o troppo invasi, ed è incredibile come certi posti continuino ad abitare il corpo molto dopo che ce ne siamo andati, come se la memoria avesse una sua geografia segreta. Il quando è una presa in giro, perché il tempo non rispetta la cronologia emotiva, torna indietro, si ferma, accelera, e ci ritroviamo adulti competenti e stanchi a reagire con le stesse paure di quando avevamo quindici anni e nessuno ci spiegava cosa stava succedendo.

    E poi c’è il perché, che all’inizio sembra una domanda intelligente e alla lunga diventa un’ossessione o una resa, perché non tutto ha un senso e non tutto deve averlo, e forse il vero inganno è credere che capire significhi guarire. C’è una forma di cinismo che nasce dall’aver visto troppe risposte prefabbricate e una forma di empatia che nasce dall’averle rifiutate tutte, ed è lì che queste domande smettono di essere un interrogatorio e diventano compagnia, qualcosa che cammina accanto a noi senza pretendere soluzioni.

    Forse crescere non significa trovare le risposte giuste, ma imparare a convivere con domande che non fanno più rumore, che non chiedono di essere risolte, solo abitate. E in fondo, quando smettiamo di chiederci perché come se fosse un’accusa e iniziamo a chiederci con chi possiamo permetterci di restare incompleti, allora qualcosa si allenta, il respiro si fa meno corto, e per un attimo non sembriamo più così sbagliati. Io questo lo so, e lo sai anche tu, anche nei giorni in cui fai finta di no. E resto qui.

    Con empatia!

  • di Antonio Di Giorgio, psicologo

    Ricordo quella volta in cui in una riunione fu detta una cosa scomoda e rumorosa, con tono deciso da chi ritenevo incompetente; e ricordo anche quella volta in cui una collega, la solita col cortisolo forse alle stelle che ha alle spalle due divorzi e va raccontando che le hanno forato le gomme dell’auto, che inviava email e promemoria in tutte le ore della notte, oltre che del giorno, e la disconnessione dal tossico ambiente diurno era un miraggio: fu così che iniziai a disprezzare il lavoro, le persone e la loro incompetenza e a odiare tutto e tutti lì. Però nei momenti in cui viaggiavo per rientrare a casa riflettevo sulle vite di questi colleghi che volutamente non volevo conoscere, e d’un tratto ebbi un senso di colpa a me stesso.

    Perché mi accorsi che quell’odio non nasceva solo da loro, ma dalla stanchezza che mi stava mangiando dentro. Una stanchezza silenziosa, educata, di quelle che non urlano mai ma scavano. Pensai che forse dietro quelle parole sgraziate, dietro quelle email notturne, dietro quella rigidità così poco elegante, c’erano biografie ferite che non avevano trovato altro modo per farsi sentire. E non era una giustificazione, questo lo sapevo bene, era piuttosto un tentativo di restare umano mentre tutto sembrava spingermi a diventare cinico.

    C.B. mi avrebbe detto che a volte il problema non è l’ambiente, ma il tempo che ci resti dentro senza protezioni. Io invece, avevo annotato mentalmente che il disprezzo è spesso il sintomo di un confine violato troppe volte. Così, in quell’auto che mi riportava verso casa, iniziai a immaginare una distanza possibile, non fisica ma emotiva. Una distanza gentile, capace di salvare il lavoro senza sacrificare l’anima.

    E capii che il senso di colpa non era per loro, ma per me. Per essermi allontanato da ciò che so fare meglio, comprendere senza assorbire, osservare senza farmi contaminare, restare senza restare intrappolato. Da quel giorno ho iniziato a pensare che forse il futuro non è cambiare le persone o i contesti, ma imparare a stare nel mondo con una postura diversa, più fedele a me stesso. Una postura che non odia, che non disprezza, che sceglie. E che, alla fine della giornata, torna a casa ancora capace di sentire.

    Ci sono però delle volte in cui mi accorsi che gli inneschi dei pensieri non appartenevano davvero al presente. Erano effetti alone, riflessi ritardati di ciò che avevo già vissuto e che il corpo, più della mente, continuava a trattenere. Bastava un tono di voce, una frase detta male, un silenzio troppo simile a un altro silenzio, e tutto si riattivava. Non era la riunione di oggi, non era quella collega, non era nemmeno quel luogo. Era una memoria emotiva che bussava, chiedendo ancora una volta di essere riconosciuta. E allora la domanda cambiava forma, diventava più onesta: le esperienze sono un luogo abitabile oppure un luogo di passaggio, come una banchina della metropolitana in cui si resta solo il tempo necessario, con lo sguardo fisso sull’orologio e le spalle un po’ tese?

    Per molto tempo le avevo abitate come si abitano le stanze dell’infanzia, senza accorgermi che alcune non avevano più finestre. Pensavo fosse maturità restare lì, rielaborare, capire, tornare e ritornare. Poi ho imparato che non tutte le esperienze chiedono di essere vissute di nuovo. Alcune chiedono solo di essere salutate. Ringraziate, forse. E lasciate andare.

    C.B. direbbe che la vita non è una casa unica, ma una sequenza di luoghi interiori, alcuni arredati per restare, altri pensati solo per l’attesa. Io, con più rigore, riconosco che l’errore non è ricordare, ma confondere l’attesa con la dimora. Restare troppo a lungo su quella banchina, con il rumore dei treni che non arrivano, finisce per far credere che quello sia il viaggio. Così ho iniziato a chiedermi, ogni volta che un pensiero si accendeva all’improvviso, se mi stavo sedendo di nuovo in un posto che non era più mio. E se non lo era, provavo a fare un gesto semplice ma radicale: alzarmi. Non scappare, non negare, solo alzarmi. Perché il futuro, quello che ancora non conosco ma che mi aspetta, ha bisogno di spazio. E io sto imparando, lentamente, a non occupare tutto il mio tempo con ciò che è già passato.

  • di C.B.

    Marsiglia 2 Febbraio

    Chi mi legge sa chi sono, e io ho sempre avuto un rapporto complicato con le parole. Le amo, ma certe ferite sulla pelle, sul corpo invisibile agli altri, rende spesso tutto non spontaneo. Esse si sa che possono avvicinare, ma anche scivolare di lato, ferire senza volerlo, creare equivoci che nessuno aveva programmato. Forse per questo, quando pensa al linguaggio politicamente corretto, non riesce né a difenderlo né a condannarlo fino in fondo.

    Nel dialogo, quello vero, ho imparato che non esistono frasi innocenti. Ogni colloquio è un attraversamento. Si entra con un’intenzione e si esce cambiati, anche solo di poco. Un tempo le parole sembravano più spontanee, meno sorvegliate. O almeno così le ricorda. Oggi, invece, ogni frase sembra chiedere il permesso prima di nascere.

    Il linguaggio politicamente corretto è arrivato come una promessa di riparazione. Meno ferite, più attenzione, più rispetto. C.B. ne comprende le ragioni profonde. Sa bene quanto il linguaggio possa essere violento. Ma sente anche che qualcosa si è incrinato. Nel tentativo di non ferire, il dialogo ha perso naturalezza. Il colloquio si è fatto prudente, trattenuto, a volte freddo.

    La spontaneità non è dire tutto quello che passa per la mente. È piuttosto il coraggio di parlare senza una corazza eccessiva. È lasciare che la parola esca prima di essere addomesticata del tutto. È il rischio minimo e necessario perché due persone possano davvero capirsi. Eppure capirsi non è mai garantito. Ogni parola porta con sé la possibilità del fraintendimento. Anche la più gentile. Anche la più corretta, e non tutti lo sanno bene: ci si può ferire anche con frasi impeccabili. A volte, anzi, è proprio l’eccesso di cautela a creare distanza, a far sentire l’altro escluso, non raggiunto. E dunque mi chiedo: la spontaneità è amica o nemica?Ferire non è sempre un fallimento. È spesso un effetto collaterale dell’incontro. Pensare di poter comunicare senza mai ferire significa immaginare relazioni sterilizzate, prive di attrito, di verità, di trasformazione. La parola troppo controllata non protegge davvero: anestetizza.

    E cosi stamani nel mio caffè qui a Marsiglia con il mio laptop e la mia Mme De Voyces mi torna sempre alla stessa domanda: la spontaneità nel parlare è amica o nemica? E poi cosa significa rispondersi? Forse è entrambe. È amica quando apre il dialogo e permette il capirsi. È nemica quando diventa incuria dell’altro. Ma il suo contrario, la parola ipercontrollata, non è meno pericoloso. Perché evita il conflitto, ma rinuncia all’incontro. Mlle Georgette mi ha appena portato il mio croissant con il secondo caffé americano: Georgette mi ha chiesto a cosa lavorassi, lei è in attesa del pulmino che la porterà al liceo e incontrerà parole amare e parole gentili, ma mi ha detto qualcosa di rivelatorio: “Forse non esiste un dubbio su ciò che vorremmo dire, se esiliamo la spontaneità mentiremmo a noi stessi, e morirebbe la capacità di cambiare” Georgette sta studiando Sartre mentre è una giovanissima amante della De Beau, cioè Simone come la chiamo io.

    E alla tenue luce di Max le taxi che arriverà fra venti minuti portandomi in ufficio io resto qui, fra me stessa, le nostre parole, il desiderio di verità, lacrime inespresse e tanta umanità che oggi ha nome “emozione”.

    Esiste solo una responsabilità fragile e quotidiana: parlare assumendosi il rischio del fraintendimento, ascoltare senza trasformare ogni parola in un’accusa, accettare che a volte ci si ferisca senza volerlo, ci ho provato, Georgette ha voluto leggere in anteprima questo articolo poi ci siamo date un abbraccio coi nostri profumi, il mio assenzio il suo lavanda inglese, e laggiù il bellissimo ritratto di sua madre, che adoravo e che ci proteggerà dal cielo, perché l’inferno delle parole non ci tocchi mai più.

    Con empatia…

  • di C.B.

    Marsiglia 28 Gennaio 2026

    Mi sono sempre chiesta se la memoria abbia bisogno di una data per esistere. O se siamo noi ad averne bisogno, per ricordarci di ricordare.

    Il 27 gennaio mi sveglio già sapendo cosa accadrà. Le parole saranno gravi, le immagini composte, il dolore incorniciato nel modo giusto. È come entrare in una stanza che conosci a memoria. Sai dove sono le sedie, dove sederti, quanto restare. Sai anche quando è il momento di uscire.

    Eppure, ogni anno, quello che mi inquieta davvero non è il Giorno della Memoria. È il giorno dopo.

    Il 28 gennaio nessuno ci guida. Non ci sono programmi, né voci ufficiali. La memoria resta lì, nuda, a guardarci negli occhi, chiedendoci cosa intendiamo farne adesso. Se la conserveremo come un oggetto fragile da esporre solo nelle occasioni importanti o se la lasceremo entrare nella vita quotidiana, dove tutto è più confuso e meno nobile.

    Perché ricordare è facile quando il male è lontano, definito, storicizzato. È più difficile quando assume forme banali. Una risata fuori posto. Un’esclusione silenziosa. Un sopruso minimizzato. Il Giorno della Memoria parla dei campi. Il giorno dopo parla di noi.

    Ho pensato spesso che la memoria non serva a sentirci migliori. Serve a sentirci responsabili. È una lente che non ingrandisce solo l’orrore del passato, ma mette a fuoco le nostre scelte presenti. E non sempre quello che vediamo ci piace.

    C’è qualcosa di profondamente scomodo nel giorno dopo. Non chiede lacrime, chiede attenzione. Non chiede parole giuste, chiede gesti piccoli ma coerenti. Restare. Intervenire. Non girarsi dall’altra parte.

    Forse è questo il punto che continuiamo a perdere. La memoria non è commemorazione. È allenamento. Un esercizio quotidiano di umanità che si misura nei dettagli, non nelle grandi dichiarazioni.

    Il 27 gennaio ricordiamo ciò che è stato. Il 28 gennaio decidiamo chi vogliamo essere. E mi domando, come sempre, se la memoria possa davvero salvarci. O se possa almeno insegnarci a non smettere di provarci.

    Forse il futuro comincia proprio lì. Nel giorno dopo. Quando nessuno guarda, ma tutto conta.

  • di Antonio Di Giorgio, psicologo.

    Abstract

    Questo articolo esplora l’interfaccia teorica tra la nozione di “iperoggetto” sviluppata dal filosofo Timothy Morton (2013) nell’ambito dell’Ontologia Orientata agli Oggetti (OOO) e il concetto psicoanalitico di “libido del soggetto”. Si sostiene che la crisi ecologica dell’Antropocene, incarnata da iperoggetti come il cambiamento climatico o la plastica oceanica, non rappresenti soltanto una minaccia materiale, ma inneschi una profonda crisi psichica. L’iperoggetto, nella sua viscosità e non-località, interrompe il circuito tradizionale del desiderio (libido) del soggetto umano, costringendolo a un confronto traumatico con un “Altro” non-umano che resiste all’incorporazione fantasmatica. L’articolo propone che la risposta a questa crisi non risieda in un ritiro difensivo, ma in una rieducazione della libido verso una “solidarietà strana” (Morton, 2017) con le reti di oggetti non-umani. Attraverso un dialogo tra la filosofia post-correlazionista di Morton e la psicoanalisi lacaniana, si delinea una nuova prospettiva ecopsicologica per l’età degli iperoggetti.

    1. Introduzione: la crisi come incontro con l’impossibile

    Il XXI secolo ha visto il consolidarsi di un paradosso: maggiore è la consapevolezza scientifica della crisi ecologica sistemica, più sembrano proliferare l’inazione collettiva e i meccanismi psicologici di negazione (Norgaard, 2011). Questo articolo propone che tale paradosso non sia solo politico o comunicativo, ma affondi le sue radici in una frattura tra le strutture psichiche del soggetto umano moderno e la natura ontologica delle entità con cui ora deve confrontarsi: gli iperoggetti (Morton, 2013).

    Il concetto di libido in psicoanalisi – l’energia pulsionale che investe oggetti nel mondo alla ricerca di soddisfazione – presuppone un mondo di oggetti discreti, localizzabili e, in definitiva, rappresentabili dalla psiche. L’iperoggetto, per le sue caratteristiche di viscosità (ci siamo sempre già dentro), non-località e temporalità iper-estesa, sfugge a questa logica rappresentativa. Esso si presenta non come un oggetto del desiderio o dell’orrore, ma come lo sfondo stesso dell’esistenza che improvvisamente si fa opaco, minaccioso e attivo. In termini lacaniani, l’iperoggetto assomiglia al Reale – ciò che è impossibile da simbolizzare integralmente, ma che insiste e irrompe nel campo del simbolico e dell’immaginario (Žižek, 2010).

    2. Iperoggetti: ontologia di un mondo iperconnesso e ipertraumatico

    L’Ontologia Orientata agli Oggetti di Morton rompe con la tradizione correlazionista della filosofia occidentale, insistendo sull’autonomia e sul “ritiro” di tutti gli oggetti, umani e non (Harman, 2018). L’iperoggetto è una sottoclasse di oggetti caratterizzata da una scala e una complessità tali da rendere evidente questa autonomia in modo traumatico per l’umano.

    • Viscosità e pulsione: La libido classica opera per investimento e disinvestimento (catessi e contro-catessi). L’iperoggetto è viscoso : non ci si può staccare. Il desiderio di fuggire dal cambiamento climatico è impossibile, generando un’angoscia specifica: la libido non trova una via di fuga, è costretta a un investimento senza possibilità di scarica, un corto circuito pulsionale.
    • Non-località e l’oggetto permanente: Lo sviluppo psichico infantile, secondo Piaget, passa attraverso la costruzione dell’ oggetto permanente . L’iperoggetto è il suo contrario: è fenomenologicamente non-locale . Lo sperimentiamo in eventi meteorologici estremi, in un grafico di CO₂, in un pesce con microplastiche, ma mai nella sua totalità. La libido non trova un “bersaglio” stabile su cui fissarsi, disperdendosi in una rete di sintomi frammentati.
    • Temporalità iper-estesa e il desiderio finito: La libido umana è strutturata da orizzonti temporali finiti (progetti, aspettative di vita, narrazioni storiche). L’iperoggetto opera su scale temporali ipocronistiche (Morton, 2013): il plutonio rimarrà attivo per millenni, la CO₂ riscalderà il pianeta per secoli. Questo schiaccia la temporalità del desiderio umano, rendendolo insignificante di fronte alla lenta, inesorabile agency di un non-umano.

    3. La libido del soggetto di fronte all’iperoggetto: dal fantasma al trauma

    La psicoanalisi lacaniana ci offre uno strumento per comprendere questa crisi. Il soggetto umano si costituisce attraverso il fantasma fondamentale ($ ◊ * a * ), una sceneggiatura inconscia che struttura il suo desiderio e media il suo incontro con il Reale (Lacan, 1973). L’iperoggetto, in quanto Reale ecologico, buca questo fantasma.

    1. Fine del mondo come fine del fantasma: Quando Morton (2013) parla della “fine del mondo”, non intende la fine fisica del pianeta, ma la fine del “mondo” come totalità significativa e rappresentabile per il soggetto. È la fine del fantasma dell’ambiente come sfondo stabile, incontaminato e separato (la “Natura”). L’iperoggetto rivela che siamo sempre stati immersi in una mesh (rete intricata) di oggetti strani e non familiari.
    2. Angoscia ecologica come sintomo del Reale: L’ansia climatica diffusa, l’eco-paralisi, la solastalgia (Albrecht, 2005) possono essere lette come sintomi di questo incontro traumatico. Non sono semplici paure di un oggetto, ma la perturbazione del soggetto di fronte alla dissoluzione dei suoi confini psichici e del suo scenario fantasmatico di dominio e separazione.
    3. La libido come ponte? Il compito etico e psichico proposto da questa analisi è una riconfigurazione della libido. Se il tradizionale investimento libidico era basato su un’opposizione Soggetto (attivo)/Oggetto (passivo), l’iperoggetto ci impone di riconoscere l’agency degli oggetti. La libido deve quindi essere reindirizzata non verso il possesso o la proiezione, ma verso una forma di solidarietà o compassione estesa (Morton, 2017) – un investimento affettivo in relazioni di coesistenza con i non-umani, accettandone l’alterità radicale e il ritiro.

    4. Verso un’ecopsicologia dell’iperoggetto: implicazioni e prospettive

    Questa sintesi tra OOO e psicoanalisi apre la strada a una ecopsicologia radicale:

    • Pratica clinica: Trattare l’eco-ansia non come fobia, ma come risposta realistica a un reale traumatico. L’obiettivo terapeutico non sarebbe la “normalizzazione”, ma l’accompagnamento in un lutto (per il mondo finito) e la costruzione di nuove modalità di investimento libidico nella mesh.
    • Etica e politica: Smaschera il narcisismo di un ambientalismo che vuole “salvare il pianeta” (fantasma di controllo). Propone invece un’etica della coesistenza strana, fondata sul riconoscimento della nostra interdipendenza e vulnerabilità all’interno di una rete di oggetti ipertrofici.
    • Ricerca futura: Applicare questo quadro ad analisi culturali (narrativa, cinema dell’Antropocene), allo studio dei movimenti sociali e alle politiche della comunicazione ambientale.

    5. Conclusione

    L’iperoggetto non è solo un concetto filosofico, ma un fatto psichico che trasforma le condizioni stesse del desiderio umano. Il confronto tra l’ontologia di Timothy Morton e la teoria della libido rivela che la crisi ecologica è, in profondità, una crisi della struttura desiderante del soggetto moderno. Superare questa crisi richiede una duplice mossa: riconoscere l’autonomia ontologica del non-umano (l’iperoggetto come Reale) e reincanalare l’energia libidica verso forme di relazione non basate sulla padronanza fantasmatica, ma su una solidarietà oscura e strana con l’infinità di oggetti con cui condividiamo un mondo danneggiato e viscoso. In questo senso, la psicoanalisi e l’OOO non offrono consolazione, ma gli strumenti per un realismo necessario nell’epoca degli iperoggetti.


    Bibliografia

    Albrecht, G. (2005). ‘Solastalgia’. A new concept in health and identity. PAN: Philosophy Activism Nature, (3), 41–55.

    Harman, G. (2018). Ontologia orientata agli oggetti: una nuova teoria del tutto . Pelican Books.

    Lacan, J. (1973). Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. Einaudi.

    Morton, T. (2013). Iperoggetti: filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo . University of Minnesota Press.

    Morton, T. (2017). L’umanità: solidarietà con i popoli non umani . Verso Books.

    Norgaard, KM (2011). Vivere nella negazione: cambiamenti climatici, emozioni e vita quotidiana . The MIT Press.

    Žižek, S. (2010). Vivere alla fine dei tempi . Verso Books.

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