Anima Psyché: Le trame dell'anima

Le trame dell'anima…

Categoria: Letteratura

  • di Anthony, amico psicologo ed ex figlio…

    C’è qualcosa di stranamente familiare in un ritorno. Non parlo solo di tornare in un luogo, o di riaccendere un profilo social, ma di ritrovare pezzi di sé che avevamo lasciato in un angolo della nostra vita. Quei pezzi che sembravano persi tra messaggi mai inviati, commenti cancellati, e fantasmi di osservatori che pensavamo di aver dimenticato.

    Cos’è un ritorno? Che cosa significa essere uomini, maschi, gay in una società profondamente accerchiata da deliri altrui? E soprattutto perché questa era dell’anti-innocenza sembra corroderci? E poi c’è l’era dell’anti-innocenza. Una realtà che sembra volerci privare della leggerezza, della fiducia nell’altro, perfino della possibilità di sbagliare senza essere marchiati per sempre. Ci sentiamo circondati da occhi che non perdonano, da mani invisibili che annotano ogni passo. Eppure, paradossalmente, proprio in questo contesto impariamo il valore di custodire ciò che è nostro: la nostra mente, le nostre emozioni, la nostra etica.

    Essere uomini, maschi, gay, in una società che sembra costantemente pronta a giudicare, osservare, catalogare… beh, non è semplice. Ogni gesto, ogni parola, ogni sorriso può diventare oggetto di curiosità o sospetto. Ci guardiamo intorno e vediamo occhi invisibili ovunque. Alcuni benigni, altri ossessivi. E tu impari presto che la libertà ha confini che devi tracciare tu stesso.

    Chiudere un social non è fuga. Bloccare chi ti perseguita non è cattiveria. Sono atti di sopravvivenza. Non c’è nulla di egoista in questo, solo cura di sé. E chi ha bisogno di aiuto, chi ti scrive nella notte, lo sa: la presenza non si misura in like o follower. La presenza si misura nella profondità del contatto, nella sincerità di chi ascolta senza farsi sopraffare dal rumore esterno.

    E poi c’è l’era dell’anti-innocenza. Sembra che tutto debba essere esaminato, testato, giudicato. Non puoi sbagliare, non puoi essere ingenuo, non puoi ridere senza che qualcuno annoti. Ma la vera innocenza non è ingenuità. È capacità di fidarsi, di amare, di offrire supporto senza perdere te stesso. È camminare leggero, anche quando il mondo ti preme addosso.

    E allora torniamo. Torniamo nei luoghi della memoria, nei corridoi digitali o nei libri che abbiamo amato, nelle conversazioni interrotte e negli sguardi che ci hanno protetto. Torniamo per ricordarci chi siamo, cosa possiamo dare, e soprattutto quali confini siamo pronti a tracciare.

    Perché essere uomini oggi significa saper scegliere. Scegliere con chi parlare, chi lasciare entrare, chi aiutare. E forse, in questa scelta, troviamo il senso più autentico della nostra forza. Non nel mostrarsi ovunque, ma nel sapere quando e come esserci davvero.

    E in quel ritorno, per quanto complicato o doloroso, scopriamo che la leggerezza è possibile. Sempre. Anche tra spioni, ansie e anti-innocenza. Anche quando la vita ci sfida a guardare il mondo con occhi sospettosi. Perché alla fine, la vera libertà è camminare leggeri, pur restando fedeli a se stessi.

    Da psicologo, e da amico che ha vissuto il peso dello sguardo altrui, dico che chiudere un social, proteggere il proprio spazio digitale, o semplicemente scegliere chi vedere e chi lasciare entrare nella propria vita non è egoismo. È sopravvivenza. È cura di sé. È amore verso chi possiamo davvero aiutare, senza sacrificarci alla curiosità o alla cattiveria degli altri.

    E forse è proprio qui che scopriamo un altro ritorno: quello alla nostra innocenza. Non quella ingenua, che ci rende vulnerabili, ma quella consapevole, che ci permette di continuare a sognare, amare, aiutare, anche quando il mondo sembra volerci piegare.

  • di Antonio Di Giorgio, psicologo

    Ci sono momenti in cui si entra dentro un brano e c’è “la sensazione di essere a casa”… Così canta una canzone che ha scandito molte parti della mia ex vita. Ognuno di noi ha una ex vita, essa è fatta di risultati di somme o sottrazioni, gli incontri e gli addii.

    Dirsi addio è più facile di quanto si supponga. “La vita è un mistero e chiunque deve farcela da solo” quella canzone si articola davvero così, perché canta dell’esperienza dell’addio più che dell’incontro, e cos’è un incontro oggi? E oggi siamo OnLine or OnLife? Ci sono momenti in cui si entra dentro un brano e c’è la sensazione di essere a casa. Una casa che non ha mura, ma memoria. Non ha un indirizzo, ma una ferita che pulsa ancora piano. Dirsi addio è più facile di quanto si supponga. Restare è la vera impresa, restare nel senso di essere di esistere di pensare e dunque ri-amare di nuovo, in primo luogo me stesso.

    C’è una canzone che parla di un per sempre pronunciato davanti al sacro, un giuramento che vibra tra desiderio e tremore. “Fino alla morte” non è solo una formula. È una soglia. È l’illusione che l’amore possa contenere l’infinito dentro un corpo finito. Eppure, mentre promettiamo unione, già conosciamo la possibilità della separazione. L’altare e il distacco abitano la stessa scena. Lo sanno Callimaco, Saffo, Catullo, Pindaro Dante, il sublime Tasso che impazzì per amore… e Flaubert, ma più di tutti Wilde che ha insegnato l’amore in tempi in cui esso era punito e proibito, perché tormentare era allora un sottile gioco di potere sadico.

    L’incontro è un’apertura. L’addio è una rivelazione. L’incontro ci fa espandere, l’addio ci definisce. Nell’incontro siamo possibilità. Nell’addio siamo verità.

    C’è una preghiera che diventa canzone, e una canzone che diventa confessione. In quella confessione l’amore non è solo dolcezza, è anche colpa, è anche paura, è anche desiderio che brucia. Lì l’unione è così intensa da sfiorare la dissoluzione. Amare significa esporsi alla morte simbolica di ciò che eravamo prima. Ogni grande amore è una piccola apocalisse: così insegnò l’amore a Socrate la sublime Diotima.

    Forse è questo il paradosso che ci abita, che è “inside of me” come recita il passo stupendo di quella canzone il cui titolo è “Vivi per raccontare”: vogliamo un legame che ci salvi, ma ogni legame autentico ci cambia. E cambiare è perdere qualcosa.
    Amore e morte non sono opposti. Sono fratelli. Uno ci unisce, l’altra ci separa. Ma entrambi ci trasformano.

    E oggi? Siamo OnLine o OnLife? Ci incontriamo in spazi che non hanno odore, ci promettiamo eternità con un messaggio, ci lasciamo con un silenzio digitale. L’addio è diventato notificabile. L’incontro è diventato scorrevole. Ma il cuore non è mai stato virtuale. Lui sente ancora come senteva quando l’amore si scriveva su carta. “For ever” è una parola enorme. Eppure continuiamo a pronunciarla. Perché ci salverà…

    Forse perché in ogni addio c’è una preghiera nascosta.
    Forse perché in ogni incontro speriamo che questa volta la morte non entri.
    Forse perché abbiamo bisogno di credere che l’unione possa resistere alla fine.

    La verità è che ogni “fino alla morte” contiene due movimenti: l’abbraccio e il distacco. Non c’è promessa che non porti in sé la possibilità della frattura. Non c’è amore che non sappia, in fondo, di essere fragile.

    E tuttavia continuiamo.

    Continuiamo a incontrare.
    Continuiamo a giurare.
    Continuiamo a credere.

    Perché, nonostante tutto, quando un brano ci attraversa e sentiamo quella sensazione di essere a casa, capiamo che la casa non è l’altro.
    La casa è la capacità di amare, anche sapendo che potremmo perdere.

    Forse la nostra ex vita non è ciò che è finito.
    È ciò che ci ha insegnato a restare, almeno un po’, dentro ogni addio.

    E in quell’istante, mentre l’amore e la morte si guardano negli occhi, noi siamo vivi.

  • di C.B.

    Marsiglia 12 Febbraio 2026

    Torna il tempo che era? Ieri da mio rientro a Marsiglia passo dal mio solito caffè: Mlle Georgette mi fa avere i miei croissant che erano stati messi da parte la mattina, vuoti senza nulla, poi Georgette mi dà il suo solito bacio e il suo caloroso abbraccio, e mi dice dei libri che sta leggendo e dell’interrogazione che nel suo pomeriggio ha tenuto al liceo, e poi ripensa alla mamma.

    Le sorrido, prendo le mie compresse mi tolgo il mio cappellino, poso la mia borsa, il locale è popolato dei soliti clienti che sorseggiano dai propri bicchieri iil fine della loro tensione giornaliera, mentre io so che il mio cortisolo è in moderazione. Parlo con Georgette, le sciolgo le sue trecce, Monsieur Marceau coi suoi pettorali pronunciati mi lancia il suo solito sorriso, dice qualcosa a Georgette che va via e mi informa che la dolcissima Mademoiselle ha riavuto il suo ciclo dopo l’interruzione fisiologica dovuta all’intervento che aveva subito. Resto perplessa, e in completa paralisi dico a Monsier Marceau: “E adesso?” Lui si fa serio si siede, e dice se non sia il caso di portare Georgette da Madame Corraine, la dottoressa che l’ha operata, guardo l’orologio alla parete, è un orario tale per cui si può solo mandare un email, e lo faccio e dunque scrivo all’oncologa, che mi risponde dopo soli pochi istanti il tempo di tre minuti: il messaggio è confortante, il referto istologico fa ben sperare in totale remissione.

    Georgette e il suo ciclo e il corpo che le ritornerà dolce e sinuoso, ma io spero che dal volto torneranno i bei sorrisi di quando viveva con sua madre.

    Monsieur Marceau, è teso, è bello come Mellors, mi ringrazia, mi chiede di Anthony, gli dico che sta sempre peggio, che si è preso una pausa e Gabriel e Marianne ci raggiungono; Marianne quando sente di Anthony si fa seria, Gabriel ha sistemato la macchina dell’espresso: il caffè stasera è abitato più che mai. Mlle Georgette ritorna: Marianne le dà un abbraccio e Gabriel le dice che Mathieu l’aveva cercata e sarebbe tornato dal tabaccaio fra poco, Georgette si fece seria ci disse che non voleva vederlo, ma le suggerii di non esser sciocca, sicuramente Lucille li avrebbe raggiunti, e fu proprio così, e dunque i tre ragazzi decisero di andare al cinema a vedere qualcosa di improbabile e mangiare qualcosa di altrettanto discutibile. Marceau sbottò e io gli risposi “Che vuoi che sia è cibo: cibo e amici, falla essere felice…”. Lui mi guardò, mi stavo alzando presi il sacchetto coi miei due cornetti, non vollero farmi pagare nulla, salutai tutti à ma manière e andai via.

    Non sto molto lontana dal caffè di Monsieur Marceau e di Georgette sua nipote, e loro abitano nel mio palazzo: io al sesto loro al quarto piano.

    Più tardi a casa, mentre sistemavo degli appunti ricevetti la notifica di un messaggio di Marianne: “Grazie che ti prendi cura di noi”… e mentre leggevo avevo di fronte a me la foto della bellissima Madame Ida, accanto alla foto dei miei amatissimi genitori: e mi sentii sola, e all’improvviso una voce mi sussurò “Bevi il tuo caffè finchè è caldo, e va’ a dormire…”

    E fu così che celebrai me stessa.

  • di C.B.

    Marsiglia 2 Febbraio

    Chi mi legge sa chi sono, e io ho sempre avuto un rapporto complicato con le parole. Le amo, ma certe ferite sulla pelle, sul corpo invisibile agli altri, rende spesso tutto non spontaneo. Esse si sa che possono avvicinare, ma anche scivolare di lato, ferire senza volerlo, creare equivoci che nessuno aveva programmato. Forse per questo, quando pensa al linguaggio politicamente corretto, non riesce né a difenderlo né a condannarlo fino in fondo.

    Nel dialogo, quello vero, ho imparato che non esistono frasi innocenti. Ogni colloquio è un attraversamento. Si entra con un’intenzione e si esce cambiati, anche solo di poco. Un tempo le parole sembravano più spontanee, meno sorvegliate. O almeno così le ricorda. Oggi, invece, ogni frase sembra chiedere il permesso prima di nascere.

    Il linguaggio politicamente corretto è arrivato come una promessa di riparazione. Meno ferite, più attenzione, più rispetto. C.B. ne comprende le ragioni profonde. Sa bene quanto il linguaggio possa essere violento. Ma sente anche che qualcosa si è incrinato. Nel tentativo di non ferire, il dialogo ha perso naturalezza. Il colloquio si è fatto prudente, trattenuto, a volte freddo.

    La spontaneità non è dire tutto quello che passa per la mente. È piuttosto il coraggio di parlare senza una corazza eccessiva. È lasciare che la parola esca prima di essere addomesticata del tutto. È il rischio minimo e necessario perché due persone possano davvero capirsi. Eppure capirsi non è mai garantito. Ogni parola porta con sé la possibilità del fraintendimento. Anche la più gentile. Anche la più corretta, e non tutti lo sanno bene: ci si può ferire anche con frasi impeccabili. A volte, anzi, è proprio l’eccesso di cautela a creare distanza, a far sentire l’altro escluso, non raggiunto. E dunque mi chiedo: la spontaneità è amica o nemica?Ferire non è sempre un fallimento. È spesso un effetto collaterale dell’incontro. Pensare di poter comunicare senza mai ferire significa immaginare relazioni sterilizzate, prive di attrito, di verità, di trasformazione. La parola troppo controllata non protegge davvero: anestetizza.

    E cosi stamani nel mio caffè qui a Marsiglia con il mio laptop e la mia Mme De Voyces mi torna sempre alla stessa domanda: la spontaneità nel parlare è amica o nemica? E poi cosa significa rispondersi? Forse è entrambe. È amica quando apre il dialogo e permette il capirsi. È nemica quando diventa incuria dell’altro. Ma il suo contrario, la parola ipercontrollata, non è meno pericoloso. Perché evita il conflitto, ma rinuncia all’incontro. Mlle Georgette mi ha appena portato il mio croissant con il secondo caffé americano: Georgette mi ha chiesto a cosa lavorassi, lei è in attesa del pulmino che la porterà al liceo e incontrerà parole amare e parole gentili, ma mi ha detto qualcosa di rivelatorio: “Forse non esiste un dubbio su ciò che vorremmo dire, se esiliamo la spontaneità mentiremmo a noi stessi, e morirebbe la capacità di cambiare” Georgette sta studiando Sartre mentre è una giovanissima amante della De Beau, cioè Simone come la chiamo io.

    E alla tenue luce di Max le taxi che arriverà fra venti minuti portandomi in ufficio io resto qui, fra me stessa, le nostre parole, il desiderio di verità, lacrime inespresse e tanta umanità che oggi ha nome “emozione”.

    Esiste solo una responsabilità fragile e quotidiana: parlare assumendosi il rischio del fraintendimento, ascoltare senza trasformare ogni parola in un’accusa, accettare che a volte ci si ferisca senza volerlo, ci ho provato, Georgette ha voluto leggere in anteprima questo articolo poi ci siamo date un abbraccio coi nostri profumi, il mio assenzio il suo lavanda inglese, e laggiù il bellissimo ritratto di sua madre, che adoravo e che ci proteggerà dal cielo, perché l’inferno delle parole non ci tocchi mai più.

    Con empatia…

  • Tel Aviv, Eretz Ysrael, 18 Luglio 2009

    Mi sono chiesto se esista un modo maschile di farsi domande senza fingere di avere già tutte le risposte. Un come e un perché che non sia una formula scolastica ma una postura dell’anima. Così stamattina, seduto dal tavolino del solito bar, ho guardato il caffè salire lento nella tazzina e ho pensato che anche noi uomini, quando nessuno ci osserva, sappiamo essere liquidi.

    Il mondo maschile viene spesso raccontato come un elenco di certezze. Il lavoro, il desiderio, il successo, la virilità. Ma sotto quella lista ordinata c’è una biblioteca segreta fatta di letture sottolineate, di pagine piegate, di appunti a matita che dicono ho paura e ho voglia insieme. C’è il romanzo lasciato sul comodino perché fa male ma non troppo. C’è il saggio comprato per capire il corpo e finito per capire il cuore.

    Il caffè, per esempio. Non è solo caffeina. È un rito minimo che concede una tregua. Un sorso e il mondo rallenta quel tanto che basta per domandarsi che cosa mi piace davvero. Il gusto amaro non è una punizione, è un promemoria. Non tutto deve essere dolce per essere desiderabile. Di solito un uomo queste cose le sa e le sente!

    E poi il sesso. Non come conquista ma come lingua. Una lingua che si impara tardi perché ci hanno insegnato a parlare forte prima di ascoltare. Il piacere maschile ha dubbi che raramente ammette. Piacerò. Saprò restare. Saprò chiedere. Dietro la sicurezza esibita c’è spesso una domanda semplice e fragile. Posso essere visto senza dover recitare?

    Le letture aiutano. Non perché diano risposte, ma perché autorizzano le domande. Un poeta che dice il desiderio con pudore, un filosofo che smonta l’idea di forza, un narratore che racconta l’intimità come una stanza con le finestre aperte. Leggere è un modo elegante di togliersi l’armatura.

    Tra un capitolo e l’altro torniamo al bar. Ordiniamo un altro caffè. Osserviamo gli altri uomini passare. Ognuno porta una versione pubblica di sé e una privata che pesa di più. In quel peso c’è anche la tenerezza, che non è debolezza ma precisione. È saper toccare senza ferire. È saper restare quando la scena finisce.

    Il come e il perché allora diventano compagni di strada. Come si ama senza perdere sé. Perché si desidera ciò che ci somiglia e ciò che ci manca. Come si cresce senza smettere di tremare. Perché il dubbio, se accolto, diventa bussola.

    Forse il mondo maschile ha bisogno di meno proclami e di più tazzine vuote sul tavolo. Segni di una pausa condivisa. Di una conversazione che non deve vincere. Di un piacere che sa attendere.

    E mentre il caffè finisce, resta una certezza gentile. Non siamo fatti per essere impermeabili. Siamo fatti per capire come e per chiederci perché. Ogni giorno, con grazia.

    Con empatia, sempre!

  • di Antonio Di Giorgio, psicologo

    Ogni Giorno della Memoria torno sempre lì. Non solo ai luoghi dell’orrore, non solo ai numeri che la storia ha il dovere di conservare. Torno alle voci. A quelle che hanno continuato a parlare anche quando tutto spingeva al silenzio. La letteratura yiddish è una di queste voci. Fragile e potentissima insieme.

    Isaac Bashevis Singer scriveva in yiddish quando il mondo lo considerava una lingua destinata a scomparire. Una lingua senza terra, senza eserciti, senza futuro apparente. E invece era una lingua carica di vita quotidiana, di ironia, di contraddizioni, di desideri. Una lingua capace di tenere insieme Dio e il dubbio, la legge e la trasgressione, la fede e la libertà.

    Nel Giorno della Memoria, ricordare la letteratura yiddish significa ricordare un mondo che non è stato solo distrutto fisicamente, ma anche culturalmente. Un universo di racconti, di domande, di intelligenza morale che rischiava di essere cancellato due volte: prima dalla violenza, poi dall’oblio.

    Singer lo sapeva. E forse per questo i suoi personaggi non sono mai eroi solenni. Sono esseri umani pieni, inquieti, spesso in lotta con ciò che ci si aspetta da loro. Come Yentl. Yentl è una ragazza che ama lo studio, i libri, la Torah. Ma il suo mondo le dice che non può. Così si traveste da uomo, diventa Anshel, entra nella yeshiva (la scuola per farsi rabbino). È una storia che parla di identità, di desiderio, di sapere. Ma soprattutto parla di coraggio. Il coraggio di non rinunciare a sé stessi pur sapendo di dover pagare un prezzo.

    Quando Barbra Streisand porta Yentl sullo schermo, compie un gesto che è insieme racconto e messa in scena della memoria. Trasforma una storia yiddish in un musical intimo, quasi meditativo. La voce canta ciò che il personaggio non può dire apertamente. La musica diventa spazio di libertà interiore.

    In quel film la memoria non è nostalgia. È trasmissione. È la prova che una storia nata in una lingua perseguitata può attraversare il tempo e arrivare fino a noi, parlando ancora di scelta, di identità, di futuro.

    Nel Giorno della Memoria, Yentl ci ricorda che la distruzione non ha colpito solo i corpi, ma anche i sogni, le possibilità, le voci fuori norma. Ricordarla significa restituire dignità a ciò che non rientrava nei ruoli prestabiliti, né ieri né oggi.

    La letteratura yiddish, con Singer, ci insegna questo: la memoria non è solo lutto. È anche fedeltà alla complessità dell’umano. È lasciare spazio a personaggi che non si lasciano ridurre a simboli.

    E forse, nel silenzio rispettoso del Giorno della Memoria, vale la pena ascoltare proprio loro. Le voci laterali. Le lingue minoritarie. Le storie che hanno avuto il coraggio di sopravvivere.

    Perché ricordare non significa solo piangere ciò che è stato perduto. Significa continuare a dare voce a ciò che voleva vivere.

    Yentl: Singer e Streisand e le Rabbine, la donna che è custode alta e legittima dell’eredità spirituale di Eretz Ysrael.

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