Anima Psyché: Le trame dell'anima

Le trame dell'anima…

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Il progetto “Anima Psyche Le trame dell’anima

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Questo blog non ha carattere giornalistico, viene aggiornata senza periodicità regolare e non rappresenta una testata ai sensi della legge n. 62/2001. I contenuti sono a scopo divulgativo, espressivo o creativo e non costituiscono pareri professionali.

  • Finché il caffé è caldo

    di C.B.

    Marsiglia 12 Febbraio 2026

    Giorni fa era un giorno che unisce con filo rosso (lo portiamo da decenni al polso sinistro Anthony ed io) la mia vita e quella di Anthony il 10 coincide con il compleanno di mio figlio, Emmanuel e quello del padre di Anthony. Oggi se fosse con me avrebbe avuto ventotto anni. Ho smesso di piangerlo presto, quando conobbi il dolore dei genitori di Anthony: sua madre Mme Ida mi disse, con gli occhi neri e profondi, e un po’ di incertezza della voce, che avrei imparato con gli anni a farlo parlare fra le mani, rammentando le carezze e il sorriso inespresso, e M. R-Antonio, mi fece quel giorno solo un caffè e un sorriso, e poi mi disse “Tieni alta la testa, e corri come il vento” e sua moglie aggiunse: “Si, là nel vento ti parlerà per sempre… Bevi il tuo caffè finché è caldo e mangia il biscotto per la sua anima…”. Mme Ida ripeteva sovente di mangiare dei bocconi per l’anima di qualcuno, Mme faceva dei biscotti molto strani, erano più resti di torte mal estratte dalle teglie, ma erano talmente buoni che c’era un sorriso e una gioia senza fine in quegli occhi neri, bellissimi, dalle sopracciglia a forma di ali di gabbiano antico che volava fra i mari di Israele, Grecia e Italia: questa era Mme-Donna Ida Celeste, Bennardis-Messina Di Giorgio, che per un po’ mi fece da madre quando sola con il mio dolore, con i miei giovani anni avendo perduto i miei genitori da bambina vissi con loro e Anthony… Era tanto tanto tempo fa…

    Ho comprato mesi fa un best seller, è un romanzo, di Toshikazu Kawaguchi, il cui titolo è “Finché il caffè è caldo”, Panorama lo ha recensito con uno slogan accattivante: Un balsamo per le nostre ferite. Mentre scrivo ho ancora alle orecchie la telefonata fatta con Anthony, che mi diceva di aver passato qualche ora dai suoi, al cimitero dei Lupi a Livorno, lui vaga ramingo fra gli antichi colonnati, al Tempio cinerario, fra i Pargoli (è una sezione del cimitero dove sono sepolti i suoi ex amichetti di quando era in ospedale da piccolo) e ripensa a tutti loro come fosse ieri. Io lo invidio. Ho voluto silenziare il mio dolore, il mio grido al vento, per non disperarmi: Anthony è sereno, serenissimo fra il suo Spoon River ai Lupi, io se entro in un cimitero mi vergogno, perché non ho avuto il coraggio di amare, di credere, di sopperire di oltrepassare me stessa, e mi sono fermata fra chili e quintali di pagine satinate lette e trasudate pur di non cedere alle cose più sublimi della vita vera, non di quella di certe finzioni.

    Sono al mio solito caffè con il nuovo Crostini che Anthony ed io abbiamo comprato quasi in contemporanea: ci facilità molto il lavoro, il mio come il suo ha la tastiera nera, come vorrei fosse bianca, noi imparammo a battere sulla tastiera da bimbetti con macchine per scrivere giocattolo, Alessandra era morta da un po’ ed io ero ospite allora di Mme Odette (la pronuncia era Odette all’italiana, non alla francese), a Livorno di fronte a dove viveva Anthony, secondo ciò che per me decise un giudice dopo la morte di mia madre e mio padre, avevo allora undici anni.

    Qui Mlle Georgette, ancora dorme, laggiù c’è Monsieur Marceau che con i suoi favolosi pettorali mi sorride simpatico, e Gabriel sta almanaccando alla grande macchina dell’espresso che ieri ha avuto problemi. Gabriel mi ha fatto il mio americano con la tazza NewYork e la polvere istantanea che ho comprato in un supermercato a Ventimiglia, perché adoro varcare la frontiera e fare dispetto sia ai gendarmi che a certi panciuti signori italiani. Mlle Georgette mi porterà il croissant solo verso le sei ho ancora tempo, l’orologio non scorre molto, la città si sta svegliando: il mio croissant sarà conservato per stasera, Max le taxi arriverà fra venti minuti, ho il tempo di eliminare i refusi dal mio testo, di impaginare il mio breve tema e regalarlo a chi mi leggerà, a chi poi leggerà Anthony.

    Con Max le taxi, andrò a Ventimiglia, oggi sarò in Italia per gran parte del giorno, non potrò fare altro che ascoltare, bere del tè freddo, cibarmi con un croissant italiano, ascoltare i suoni degli italiani che mi mancano da morire e ripensare a Mme Ida e suo marito. Oggi non silenzierò il mio dolore. Il caffè è ancora caldo ho messo un abito comodo, il profumo all’Assenzio che Anthony mi ha fatto avere da una erboristeria di Livorno, e ho messo qualche goccia di English Lavander in memoria di Mme Ida e di Alessandra, sua figlia: i nostri figli e Mme Ida spero mi proteggeranno nel mio vagabondare.

    Stanotte tornerò a casa, e piangerò, con il documentario della vita di Marylin.

  • Psicologia della solitudine

    di Antonio Di Giorgio, psicologo

    [Tel Aviv, Israele, 1998]

    La solitudine percepita non è un’esclusiva di una fase della vita, ma un filo oscuro che può attraversare l’intera esistenza umana, assumendo sembianze diverse a seconda dell’età e del contesto socio-culturale. Oggi, questo fenomeno si manifesta in modo paradossale e acuto alle due estremità dell’arco di vita: nell’infanzia e nell’adolescenza da un lato, e nella terza età dall’altro, delineando un’epidemia a forma di “U” con profonde radici psicosociali e conseguenze che risuonano nell’intero corpo sociale. Sebbene le cause appaiano distanti, il dolore psicologico e i meccanismi disfunzionali che innesca mostrano inquietanti parallelismi, suggerendo che la solitudine, in qualsiasi età essa colpisca, mina le stesse fondamenta del benessere umano: il bisogno di un attaccamento sicuro, di un riconoscimento reciproco e di un significato condiviso (Weiss, 1973).

    In giovane età, la solitudine nasce e si alimenta nell’ambigua e pericolosa zona di confine tra una connessione digitale pervasiva e un isolamento relazionale crescente. Bambini e adolescenti, pur essendo tecnicamente sempre in contatto, sperimentano una carenza drammatica di quelle interazioni faccia a faccia, non strutturate e non mediate da uno schermo, che sono il vero “nutrimento” per lo sviluppo sociale ed emotivo. Il tempo libero è sempre più organizzato, digitalizzato e performativo, sottraendo spazio a quelle occasioni informali di gioco, conflitto e riconciliazione spontanea che insegnano a regolare le emozioni, a leggere il linguaggio non verbale e a costruire un’identità sociale autonoma. La solitudine in questa fase non è, quindi, semplicemente l’assenza di contatti, ma l’assenza di contatti autentici e di un senso di appartenenza incrollabile al gruppo dei pari. Come osservato già in ricerche fondamentali, i bambini che sperimentano solitudine tendono a sviluppare un bias cognitivo negativo, interpretando le interazioni sociali ambigue come ostili e ritirandosi progressivamente, in una profezia che si autoavvera (Cassidy & Asher, 1992). Questa condizione può fungere da potente precursore di problemi internalizzati come l’ansia sociale, la depressione e una visione fragile e distorta del sé, gettando basi che possono compromettere la capacità di formare relazioni intime sane in età adulta. La relazione tra caregiver e bambino, che secondo la teoria dell’attaccamento dovrebbe fornire una “base sicura” per l’esplorazione del mondo sociale (Bowlby, 1969), rischia oggi di essere sostituita o impoverita dalla presenza intrusiva di dispositivi che frammentano l’attenzione condivisa, privando il giovane di quel rispecchiamento emotivo fondamentale.

    All’estremo opposto dell’arco vitale, la solitudine degli anziani assume i tratti di un isolamento più strutturale, spesso irreversibile e socialmente accettato. Qui, i fattori scatenanti sono la perdita drammatica dei ruoli sociali attivi e riconosciuti (come quello lavorativo o genitoriale attivo), la riduzione fisiologica ma traumatica delle reti sociali a causa di lutti ripetuti e l’insorgere di limitazioni fisiche o logistiche che riducono la mobilità e l’autonomia. Mentre per il giovane la solitudine è spesso legata alla qualità inautentica delle connessioni, per l’anziano è frequentemente una questione brutale di quantità e di frequenza: le occasioni quotidiane di interazione significativa si assottigliano fino a scomparire. Questo isolamento sociale oggettivo si trasforma rapidamente in una solitudine soggettiva cronica, un veleno per la salute globale. La ricerca storica e consolidata ha dimostrato in modo inequivocabile che un simile isolamento è un fattore di rischio indipendente e potente per la mortalità precoce, comparabile a fumo o obesità. Psicologicamente, erode la riserva cognitiva, accelerando il declino cognitivo e aumentando esponenzialmente il rischio di depressione maggiore, una condizione spesso sotto-diagnosticata nella terza età. La mancanza di stimoli conversazionali complessi e di un feedback sociale continuo priva il cervello di quell’”esercizio” necessario a mantenerne la plasticità e la funzione.

    Entrambe le solitudini, quella giovanile “qualitativa” e quella senile “quantitativa”, sono tragicamente aggravate dalla cultura contemporanea, iper-individualista e orientata alla produttività, che stigmatizza la vulnerabilità, la dipendenza e il bisogno di aiuto, valori antitetici sia all’esplorazione dell’adolescente che alla serenità dell’anziano. In questo contesto, la solitudine diventa una colpa privata, un fallimento personale nella gestione delle proprie relazioni, anziché essere riconosciuta come un fallimento collettivo del tessuto comunitario. Combattere questa doppia epidemia richiede una risposta altrettanto bifocale e coraggiosa, che vada oltre gli interventi spot. Da un lato, sono necessarie politiche educative, familiari e urbanistiche che riportino i giovani a una socialità incarnata, libera e non performativa: investire in spazi pubblici sicuri, non commerciali e rigenerativi; promuovere nella scuola l’educazione alle life skills emotive e relazionali; sensibilizzare i genitori sull’importanza di limitare la mediazione digitale nella costruzione del legame. Dall’altro, è imprescindibile immaginare interventi sistemici di welfare comunitario e generazionale che non si limitino all’assistenza materiale dell’anziano, ma ne integrino attivamente la presenza nel tessuto sociale vivente: co-housing intergenerazionali, programmi strutturati di “adozione” civica, servizi di trasporto sociale, e una lotta culturale all’ageismo che veda negli anziani non un peso, ma portatori di una memoria e di una prospettiva indispensabile. Solo riconoscendo la solitudine come una patologia sociale trasversale, un termometro dello stato di salute di una comunità, si potranno cucire gli strappi tra le generazioni e costruire un arcipelago di significato condiviso in cui nessuna età della vita sia condannata a essere un’isola.

    Bibliografia:

    Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books.

    Cassidy, J., & Asher, S. R. (1992). Loneliness and peer relations in young children. Child Development, 63(2), 350-365.

    Peplau, L. A., & Perlman, D. (Eds.). (1982). Loneliness: A sourcebook of current theory, research and therapy. John Wiley & Sons.

    Weiss, R. S. (1973). Loneliness: The experience of emotional and social isolation. The MIT Press.

  • La confusione del narcisismo odierno

    di Antonio Di Giorgio, psicologo

    Siamo immersi in un’epoca che celebra l’autorealizzazione, l’affermazione del sé, la visibilità. Eppure, qualcosa nel meccanismo si è inceppato. Quello che doveva essere un sano amor proprio si è distorto in un narcisismo patologico collettivo, che non si limita più alla sfera clinica, ma serpeggia come un’isteria sotterranea, confondendo i confini tra identità e performance, tra bisogno e diritto, tra vulnerabilità e debolezza. Non si tratta più solo di individui con un disturbo di personalità (come descritto nel DSM-5 con i suoi criteri di grandiosità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia), ma di un clima culturale che normalizza e alimenta tratti narcisistici, trasformandoli in nuove norme sociali (Twenge & Campbell, 2009, The Narcissism Epidemic).

    Questa “epidemia” si manifesta come un intruso confuso – un’entità che infetta il linguaggio, le relazioni e la percezione del reale. Da un lato, abbiamo una retorica ossessiva sul self-care e sul mettersi al primo posto; dall’altro, un aumento documentato di sentimenti di solitudine, ansia sociale e difficoltà relazionali. Come scrive la filosofa Byung-Chul Han ne La società della stanchezza (2010), la società prestazionale ci spinge a essere imprenditori di noi stessi, in una competizione che non ammette fallimenti e che genera soggetti depressi, isolati e, paradossalmente, narcisisti: ossessionati dalla propria immagine perché incapaci di costruire legami autentici.

    Nelle relazioni affettive, questa confusione raggiunge il suo apice. Sempre più spesso, dinamiche come il ghosting, il breadcrumbing o l’overthinking relazionale non sono solo frutto di immaturità, ma sintomi di un’incapacità di vedere l’altro come soggetto separato, con bisogni propri. Il partner diventa uno “specchio” che deve riflettere una grandiosità altrimenti fragile (Lasch, 1979, La cultura del narcisismo). L’amore si trasforma in una ricerca di “approvvigionamento narcisistico” – un termine clinico che descrive il bisogno di attenzione e ammirazione per regolare un’autostima cronicamente instabile. Quando questa fornitura viene meno, scatta l’ira, il disprezzo o la fuga. Non è un caso che le app di dating, costruite su logiche di swipe e di mercificazione dell’incontro, siano terreno fertile per queste dinamiche (Sales, 2015, American Girls: Social Media and the Secret Lives of Teenagers).

    Ma è nella sfera pubblica e digitale che l’isteria narcisistica mostra il suo volto più grottesco. I social media non hanno creato il narcisismo, ma gli hanno fornito un palcoscenico perfetto: la cultura della performance, del personal branding, della vita esposta come un prodotto da vendere (Turkle, 2011, Insieme ma soli). Il like diventa una micro-somministrazione di approvvigionamento; il post una richiesta di conferma della propria esistenza. Il confine tra vita reale e vita rappresentata si sfalda, generando una confusione identitaria cronica: chi sono io quando nessuno mi guarda? Chi sono io senza like? È l’interrogativo angosciante che attraversa le nuove generazioni, sempre più diagnosticate con ansia sociale e disturbi dell’immagine corporea.

    Questa confusione si traduce in un’isteria sociale – un termine forte, ma non esagerato. Isteria come incapacità di contenere e elaborare le emozioni, che vengono invece agite in modo teatrale, virale, performativo. Si pensi alla cancel culture, spesso guidata più da un desiderio di purificazione morale narcisistica (“io sono dalla parte giusta”) che da una reale volontà di giustizia sociale. O alla politica ridotta a scontro tra personalità, dove le idee contano meno dell’impressione di forza e sicurezza (Mason, 2018, The Narcissist in Chief).

    Cosa si nasconde sotto questa epidemia? Una paura profonda della vulnerabilità e della dipendenza. Il narcisista patologico fugge dalla dipendenza perché la associa a un annichilimento del sé (Ronningstam, 2005, Identifying and Understanding the Narcissistic Personality). In una cultura che esalta l’autosufficienza assoluta, la dipendenza – emotiva, relazionale, comunitaria – diventa un tabù. Il risultato è un individuo iper-connesso ma profondamente solo, forte nell’immagine ma fragile nell’anima, pieno di diritti ma vuoto di bisogni riconosciuti.

    Quale via d’uscita? Non serve una crociata moralistica contro il sé. Serve, forse, recuperare un’etica della limitazione e della reciprocità. Riconoscere che il nostro sé si costituisce sempre nell’incontro con l’altro, nella dipendenza reciproca, nella vulnerabilità condivisa (Benjamin, 1988, I legami d’amore). Serve una cultura che smetta di celebrare l’autosufficienza eroica e inizi a valorizzare l’interdipendenza, la cura, la fragilità come risorse collettive. In fondo, l’antidoto al narcisismo non è l’annullamento del sé, ma la sua relazionalità. Solo quando smetteremo di guardarci nello specchio per cominciare a guardarci negli occhi, potremo scorgere un orizzonte comune oltre il riflesso isolato della nostra iperbolica, e sempre più confusa, immagine.


    Bibliografia essenziale

    1. Twenge, J. M., & Campbell, W. K. (2009). The Narcissism Epidemic: Living in the Age of Entitlement.
    2. Byung-Chul Han (2010). La società della stanchezza.
    3. Lasch, C. (1979). La cultura del narcisismo.
    4. Sales, N. J. (2015). American Girls: Social Media and the Secret Lives of Teenagers.
    5. Turkle, S. (2011). Insieme ma soli.
    6. Mason, L. (2018). The Narcissist in Chief: Narcissistic Leadership in the Political Sphere.
    7. Ronningstam, E. (2005). Identifying and Understanding the Narcissistic Personality.
    8. Benjamin, J. (1988). I legami d’amore.
  • Chi cosa come dove quando perché?

    di C.B.

    Chi cosa come dove quando perché sono le domande che ci inseguono per tutta la vita come vecchi insegnanti che non hanno mai smesso di interrogarci, anche quando abbiamo smesso noi di alzare la mano.

    Le impariamo da piccoli come formule magiche, convinti che basti pronunciarle nell’ordine giusto per tenere insieme il mondo, come se l’esistenza fosse un tema da svolgere con una bella grafia e un finale coerente. Poi cresciamo e scopriamo che la vita non solo bara, ma cambia le domande mentre stiamo ancora cercando la risposta precedente.

    Il chi, per esempio, smette presto di essere un nome e diventa una fatica, un tentativo quotidiano di restare riconoscibili a noi stessi mentre tutto intorno ci chiede di adattarci, di essere funzionali, di non disturbare. Il cosa arriva quasi sempre senza preavviso, come una notifica che non volevamo aprire, qualcosa che succede e che poi siamo costretti a raccontare, a spiegare, a tradurre in parole accettabili anche quando dentro di noi è solo caos o silenzio. Il come è la domanda più spietata e più tenera insieme, perché nessuno ci chiede davvero come abbiamo fatto, eppure è lì che si nasconde la verità, nei modi storti con cui abbiamo resistito, nelle strategie improvvisate, nei sorrisi messi come cerotti su ferite che non sanguinavano più ma facevano ancora male. Il dove non è quasi mai un luogo preciso, è uno stato dell’anima, una posizione interiore in cui eravamo troppo esposti o troppo chiusi, troppo soli o troppo invasi, ed è incredibile come certi posti continuino ad abitare il corpo molto dopo che ce ne siamo andati, come se la memoria avesse una sua geografia segreta. Il quando è una presa in giro, perché il tempo non rispetta la cronologia emotiva, torna indietro, si ferma, accelera, e ci ritroviamo adulti competenti e stanchi a reagire con le stesse paure di quando avevamo quindici anni e nessuno ci spiegava cosa stava succedendo.

    E poi c’è il perché, che all’inizio sembra una domanda intelligente e alla lunga diventa un’ossessione o una resa, perché non tutto ha un senso e non tutto deve averlo, e forse il vero inganno è credere che capire significhi guarire. C’è una forma di cinismo che nasce dall’aver visto troppe risposte prefabbricate e una forma di empatia che nasce dall’averle rifiutate tutte, ed è lì che queste domande smettono di essere un interrogatorio e diventano compagnia, qualcosa che cammina accanto a noi senza pretendere soluzioni.

    Forse crescere non significa trovare le risposte giuste, ma imparare a convivere con domande che non fanno più rumore, che non chiedono di essere risolte, solo abitate. E in fondo, quando smettiamo di chiederci perché come se fosse un’accusa e iniziamo a chiederci con chi possiamo permetterci di restare incompleti, allora qualcosa si allenta, il respiro si fa meno corto, e per un attimo non sembriamo più così sbagliati. Io questo lo so, e lo sai anche tu, anche nei giorni in cui fai finta di no. E resto qui.

    Con empatia!

  • La sensazione di disprezzare e il perdono a se stessi

    di Antonio Di Giorgio, psicologo

    Ricordo quella volta in cui in una riunione fu detta una cosa scomoda e rumorosa, con tono deciso da chi ritenevo incompetente; e ricordo anche quella volta in cui una collega, la solita col cortisolo forse alle stelle che ha alle spalle due divorzi e va raccontando che le hanno forato le gomme dell’auto, che inviava email e promemoria in tutte le ore della notte, oltre che del giorno, e la disconnessione dal tossico ambiente diurno era un miraggio: fu così che iniziai a disprezzare il lavoro, le persone e la loro incompetenza e a odiare tutto e tutti lì. Però nei momenti in cui viaggiavo per rientrare a casa riflettevo sulle vite di questi colleghi che volutamente non volevo conoscere, e d’un tratto ebbi un senso di colpa a me stesso.

    Perché mi accorsi che quell’odio non nasceva solo da loro, ma dalla stanchezza che mi stava mangiando dentro. Una stanchezza silenziosa, educata, di quelle che non urlano mai ma scavano. Pensai che forse dietro quelle parole sgraziate, dietro quelle email notturne, dietro quella rigidità così poco elegante, c’erano biografie ferite che non avevano trovato altro modo per farsi sentire. E non era una giustificazione, questo lo sapevo bene, era piuttosto un tentativo di restare umano mentre tutto sembrava spingermi a diventare cinico.

    C.B. mi avrebbe detto che a volte il problema non è l’ambiente, ma il tempo che ci resti dentro senza protezioni. Io invece, avevo annotato mentalmente che il disprezzo è spesso il sintomo di un confine violato troppe volte. Così, in quell’auto che mi riportava verso casa, iniziai a immaginare una distanza possibile, non fisica ma emotiva. Una distanza gentile, capace di salvare il lavoro senza sacrificare l’anima.

    E capii che il senso di colpa non era per loro, ma per me. Per essermi allontanato da ciò che so fare meglio, comprendere senza assorbire, osservare senza farmi contaminare, restare senza restare intrappolato. Da quel giorno ho iniziato a pensare che forse il futuro non è cambiare le persone o i contesti, ma imparare a stare nel mondo con una postura diversa, più fedele a me stesso. Una postura che non odia, che non disprezza, che sceglie. E che, alla fine della giornata, torna a casa ancora capace di sentire.

    Ci sono però delle volte in cui mi accorsi che gli inneschi dei pensieri non appartenevano davvero al presente. Erano effetti alone, riflessi ritardati di ciò che avevo già vissuto e che il corpo, più della mente, continuava a trattenere. Bastava un tono di voce, una frase detta male, un silenzio troppo simile a un altro silenzio, e tutto si riattivava. Non era la riunione di oggi, non era quella collega, non era nemmeno quel luogo. Era una memoria emotiva che bussava, chiedendo ancora una volta di essere riconosciuta. E allora la domanda cambiava forma, diventava più onesta: le esperienze sono un luogo abitabile oppure un luogo di passaggio, come una banchina della metropolitana in cui si resta solo il tempo necessario, con lo sguardo fisso sull’orologio e le spalle un po’ tese?

    Per molto tempo le avevo abitate come si abitano le stanze dell’infanzia, senza accorgermi che alcune non avevano più finestre. Pensavo fosse maturità restare lì, rielaborare, capire, tornare e ritornare. Poi ho imparato che non tutte le esperienze chiedono di essere vissute di nuovo. Alcune chiedono solo di essere salutate. Ringraziate, forse. E lasciate andare.

    C.B. direbbe che la vita non è una casa unica, ma una sequenza di luoghi interiori, alcuni arredati per restare, altri pensati solo per l’attesa. Io, con più rigore, riconosco che l’errore non è ricordare, ma confondere l’attesa con la dimora. Restare troppo a lungo su quella banchina, con il rumore dei treni che non arrivano, finisce per far credere che quello sia il viaggio. Così ho iniziato a chiedermi, ogni volta che un pensiero si accendeva all’improvviso, se mi stavo sedendo di nuovo in un posto che non era più mio. E se non lo era, provavo a fare un gesto semplice ma radicale: alzarmi. Non scappare, non negare, solo alzarmi. Perché il futuro, quello che ancora non conosco ma che mi aspetta, ha bisogno di spazio. E io sto imparando, lentamente, a non occupare tutto il mio tempo con ciò che è già passato.

  • Certe foto, certi attimi

    di Antonio Di Giorgio, psicologo

    Una foto è per sempre? C’è una fotografia, scattata nel 2008, in cui sono pensieroso quasi di spalle. Osservo un panorama. Il corpo è fermo, lo sguardo sembra sapere dove andare. O almeno così appare. Le fotografie sono brave a suggerire certezze che non avevamo. Quando oggi riguardo quell’immagine, so una cosa con chiarezza: nove anni dopo avrei cambiato direzione alla mia vita. Non lentamente. Non per aggiustamenti progressivi. Ma perché a un certo punto alcune strade smettono di essere percorribili senza perdere se stessi.

    In quella foto il corpo è ancora convinto di abitare una continuità. Lo spazio davanti a me sembra aperto, promissorio, quasi neutro. Ma il tempo, come sempre, stava già lavorando in silenzio. Non per distruggere, ma per scavare. Per rendere inevitabile una scelta che allora non avrei saputo nemmeno nominare.

    Una foto non racconta le fratture. Racconta l’istante prima. È questo il suo inganno più raffinato. Mostra una quiete apparente mentre sotto la superficie qualcosa sta già cedendo, preparando una svolta, un atto di disobbedienza interiore.

    Il corpo del 2008 non conosce ancora il peso che dovrà imparare a portare. Non sa delle rinunce, dei lutti simbolici, delle notti in cui cambiare direzione non appare come una liberazione ma come un tradimento. Eppure quel corpo è lì, esposto al vento e allo sguardo futuro, ignaro di essere una prova d’archivio.

    Riguardare oggi quella foto non suscita nostalgia. Semmai una forma di rispetto. Perché quel me non aveva ancora gli strumenti che sarebbero arrivati dopo. Guardava lontano, sì, ma non poteva sapere che a volte la vera direzione non è davanti, bensì di lato. O indietro. O dentro.

    Il tempo, quando decide di essere onesto, non cancella le immagini. Le ricontestualizza. Quella fotografia oggi non dice più “ecco chi eri”, ma “ecco da dove sei passato”. È una differenza sottile, ma vitale.

    Cambiare direzione non significa rinnegare il panorama osservato allora. Significa riconoscere che non tutto ciò che è bello è abitabile a lungo. Alcuni orizzonti servono solo a prepararci al coraggio di voltare le spalle. La direzione da prendere può avere tanti svincoli, spesso strade chiuse, semafori intermittenti, insomma lievi compromesssi che la giornata dà, spunti a volte ispiranti o spesso troppo rumorosi da sopportare.

    Una foto è per sempre, si dice. Ma ciò che conta davvero è ciò che accade dopo. Nei nove anni invisibili tra uno scatto e una decisione. In quello spazio non fotografabile dove il corpo impara, lentamente, a diventare casa.

    E se oggi posso guardare quell’immagine senza rimpianto, è perché so che non mi ha trattenuto. Mi ha lasciato andare.

  • La spontaneità: nemica o amica?

    di C.B.

    Marsiglia 2 Febbraio

    Chi mi legge sa chi sono, e io ho sempre avuto un rapporto complicato con le parole. Le amo, ma certe ferite sulla pelle, sul corpo invisibile agli altri, rende spesso tutto non spontaneo. Esse si sa che possono avvicinare, ma anche scivolare di lato, ferire senza volerlo, creare equivoci che nessuno aveva programmato. Forse per questo, quando pensa al linguaggio politicamente corretto, non riesce né a difenderlo né a condannarlo fino in fondo.

    Nel dialogo, quello vero, ho imparato che non esistono frasi innocenti. Ogni colloquio è un attraversamento. Si entra con un’intenzione e si esce cambiati, anche solo di poco. Un tempo le parole sembravano più spontanee, meno sorvegliate. O almeno così le ricorda. Oggi, invece, ogni frase sembra chiedere il permesso prima di nascere.

    Il linguaggio politicamente corretto è arrivato come una promessa di riparazione. Meno ferite, più attenzione, più rispetto. C.B. ne comprende le ragioni profonde. Sa bene quanto il linguaggio possa essere violento. Ma sente anche che qualcosa si è incrinato. Nel tentativo di non ferire, il dialogo ha perso naturalezza. Il colloquio si è fatto prudente, trattenuto, a volte freddo.

    La spontaneità non è dire tutto quello che passa per la mente. È piuttosto il coraggio di parlare senza una corazza eccessiva. È lasciare che la parola esca prima di essere addomesticata del tutto. È il rischio minimo e necessario perché due persone possano davvero capirsi. Eppure capirsi non è mai garantito. Ogni parola porta con sé la possibilità del fraintendimento. Anche la più gentile. Anche la più corretta, e non tutti lo sanno bene: ci si può ferire anche con frasi impeccabili. A volte, anzi, è proprio l’eccesso di cautela a creare distanza, a far sentire l’altro escluso, non raggiunto. E dunque mi chiedo: la spontaneità è amica o nemica?Ferire non è sempre un fallimento. È spesso un effetto collaterale dell’incontro. Pensare di poter comunicare senza mai ferire significa immaginare relazioni sterilizzate, prive di attrito, di verità, di trasformazione. La parola troppo controllata non protegge davvero: anestetizza.

    E cosi stamani nel mio caffè qui a Marsiglia con il mio laptop e la mia Mme De Voyces mi torna sempre alla stessa domanda: la spontaneità nel parlare è amica o nemica? E poi cosa significa rispondersi? Forse è entrambe. È amica quando apre il dialogo e permette il capirsi. È nemica quando diventa incuria dell’altro. Ma il suo contrario, la parola ipercontrollata, non è meno pericoloso. Perché evita il conflitto, ma rinuncia all’incontro. Mlle Georgette mi ha appena portato il mio croissant con il secondo caffé americano: Georgette mi ha chiesto a cosa lavorassi, lei è in attesa del pulmino che la porterà al liceo e incontrerà parole amare e parole gentili, ma mi ha detto qualcosa di rivelatorio: “Forse non esiste un dubbio su ciò che vorremmo dire, se esiliamo la spontaneità mentiremmo a noi stessi, e morirebbe la capacità di cambiare” Georgette sta studiando Sartre mentre è una giovanissima amante della De Beau, cioè Simone come la chiamo io.

    E alla tenue luce di Max le taxi che arriverà fra venti minuti portandomi in ufficio io resto qui, fra me stessa, le nostre parole, il desiderio di verità, lacrime inespresse e tanta umanità che oggi ha nome “emozione”.

    Esiste solo una responsabilità fragile e quotidiana: parlare assumendosi il rischio del fraintendimento, ascoltare senza trasformare ogni parola in un’accusa, accettare che a volte ci si ferisca senza volerlo, ci ho provato, Georgette ha voluto leggere in anteprima questo articolo poi ci siamo date un abbraccio coi nostri profumi, il mio assenzio il suo lavanda inglese, e laggiù il bellissimo ritratto di sua madre, che adoravo e che ci proteggerà dal cielo, perché l’inferno delle parole non ci tocchi mai più.

    Con empatia…

  • Dalla stampatrice al Chromebook: fili di memoria e velocità

    di Antonio Di Giorgio, psicologo

    C’è un piccolo miracolo quotidiano quando guardo il mio Chromebook. È veloce, leggero, silenzioso, quasi invisibile mentre lavora. Ma dentro di me corre un filo più lungo, più sottile, che risale a molti anni fa, a quando ero ragazzo, non ancora trentenne, chiuso nella mia cameretta-studio, il mio regno personale.

    Quel piccolo spazio era il luogo dove tutto cominciava. Una scrivania accostata alla finestra, libri ammucchiati ovunque, quaderni pieni di appunti e sogni di futuro, e lì, tra scaffali e poster, il mio primo portatile. Mio babbo lo guardava con curiosità, non come un semplice oggetto tecnologico, ma come una finestra sul mondo in cui stavo imparando a entrare. Mi sostenne, pagando parte del corso di alfabetizzazione informatica, e così iniziai a conoscere Windows 3.1, il DOS, poi Win 95, 98, XP, 7 il passaggio a Linux e Mac… ogni sistema operativo era un piccolo universo da esplorare, un territorio nuovo che mi chiedeva di muovermi con attenzione, di scoprire, di provare e sbagliare senza paura. Ricordo ancora la sua voce quando chiamava la stampante “stampatrice”. Non era un errore, era poesia. Ogni volta che quel nome antico scivolava tra le pareti della mia cameretta, la tecnologia diventava meno spaventosa, più familiare, più vicina all’uomo. In quel gesto semplice c’era protezione, c’era cura, c’era la volontà di rendere umano un oggetto che altrimenti sembrava freddo e ostile.

    La mia cameretta era una costellazione di esperimenti e tentativi. Ogni cavo, ogni floppy (solevo comprarne di colorati, neri per me non erano il massimo), ogni icona sullo schermo era un piccolo territorio da conquistare. Accendevo il computer e tutto intorno si fermava: la luce filtrava dalle tende, il rumore della strada arrivava attutito, e io ero immerso in un mondo di possibilità. C’erano errori, rallentamenti, finestre che si aprivano a caso, ma anche la gioia pura di riuscire a far funzionare qualcosa con le mie mani, di trasformare un input in un risultato tangibile.

    Oggi il mio Chromebook, con meno RAM e una velocità che supera ogni ricordo di Windows, mi sorprende. È come se tutte quelle ore trascorse nella mia cameretta non fossero state solo studio, ma un filo invisibile che mi porta qui, a sentire la tecnologia come alleata, non ostacolo. La leggerezza con cui si avvia, la prontezza con cui risponde a ogni comando, il silenzio rispettoso mentre lavoro: tutto mi ricorda la concentrazione e la meraviglia di quei giorni di ragazzo.

    Non è nostalgia. È continuità. È il sentire, ancora oggi, che la cura di chi ci accompagna nei primi passi resta con noi. Che la gentilezza di mio babbo, la sua attenzione minima ma così significativa, ha plasmato il mio approccio alla tecnologia e al sapere. E che la bellezza di un gesto semplice, come chiamare “stampatrice” la macchina che trasformava le mie idee in carta, può insegnare qualcosa di eterno: la pazienza, la cura, la gioia di crescere insieme, anche quando il mondo fuori sembra accelerare troppo.

    Ogni volta che poso le mani sulla tastiera del Chromebook, nella luce morbida della mia stanza, sento un filo che parte dalla mia cameretta di ragazzo e arriva fino a qui. Non c’è distanza, non c’è tempo che separi la curiosità, la scoperta, l’attenzione e l’amore che ho ricevuto. Tutto converge in un presente che è il risultato di quei piccoli gesti di affetto e guida. E mentre lavoro, scrivo, penso, preparo le mie lezioni, so che dentro quella semplicità c’è un mondo intero, un mondo di Trame dell’Anima che continua a crescere, silenzioso, fedele, generoso.

  • Ferite visibili e invisibili

    di Antonio Di Giorgio, psicologo

    [Vorrei riproporre un articolo composto a Roma, Facoltà di Psicologia, Sapienza, scritto per il Seminario di Psicologia Dinamica I, AA. 1995-96; con bibliografia successiva integrata]

    Ci sono immagini che non chiedono di essere spiegate. Chiedono di essere ascoltate. Un uomo seduto, la schiena scoperta, segnata. Non è un corpo eroico, non è un corpo vincente. È un corpo vero. È il corpo di molti maschi che hanno imparato presto a resistere, ma non a raccontare.

    La violenza subita dagli uomini è una realtà che fatica ancora a trovare parole condivise. Non perché sia rara, ma perché è culturalmente indicibile. Il maschio è stato a lungo educato a identificarsi con la forza, con il controllo, con l’invulnerabilità. In questo immaginario, la vittima non ha spazio. E quando la violenza accade, il silenzio diventa una strategia di sopravvivenza.

    La psicologia lo sa da tempo. Il trauma non riguarda solo l’evento, ma l’impossibilità di attribuirgli un senso in un contesto relazionale che lo riconosca (van der Kolk, 2014). Quando il dolore non trova uno sguardo che lo accolga, si inscrive nel corpo. Le cicatrici diventano memoria. La pelle racconta ciò che la voce non ha potuto dire.

    La violenza maschile subita assume molte forme. Verbale, quando l’identità viene umiliata e ridicolizzata. Psicologica, quando il controllo, la manipolazione e la svalutazione diventano sistematici. Sessuale, quando il corpo viene attraversato senza consenso o quando il consenso viene estorto, confuso, negato. In questi casi, il danno non è solo fisico. È un attacco al senso di sé, alla possibilità di fidarsi, alla percezione della propria integrità (Herman, 1992).

    Per molti uomini, riconoscersi come vittime è vissuto come una minaccia narcisistica. Ammettere la violenza significa temere di perdere valore, desiderabilità, rispetto. La letteratura mostra come gli uomini tendano a minimizzare l’abuso subito e a ritardare la richiesta di aiuto, con conseguenze importanti sulla salute mentale, tra cui depressione, abuso di sostanze, isolamento relazionale e ideazione suicidaria (Courtenay, 2000; Addis & Mahalik, 2003).

    Eppure, accanto a questa realtà silenziosa, esiste un’altra possibilità. Nell’immagine che accompagna queste parole, qualcuno dice semplicemente: sono qui. Non chiede spiegazioni. Non mette etichette. Non chiede forza. Offre presenza. È proprio la presenza, secondo la psicologia del trauma, il primo elemento trasformativo. La possibilità di essere visti senza essere giudicati riattiva un senso di sicurezza di base, condizione necessaria per ogni processo di cura (Bowlby, 1988).

    L’abbraccio che segue non è una regressione. È un atto radicale. È il momento in cui un uomo può deporre le armi, smettere di difendersi, permettersi di essere vulnerabile senza perdere dignità. Donald Winnicott lo direbbe così: esistere nel gesto di qualcuno che tiene, che sostiene, che non invade (Winnicott, 1965).

    Parlare di violenza subita dai maschi non significa sottrarre spazio ad altre sofferenze. Significa ampliare lo sguardo. Significa riconoscere che il trauma non ha genere, ma che il modo in cui viene narrato e accolto sì. Significa offrire agli uomini un linguaggio emotivo che non sia fatto solo di rabbia o chiusura, ma anche di paura, vergogna, bisogno di cura.

    Le Trame dell’Anima nascono proprio qui. Nel punto in cui una ferita smette di essere solo una cicatrice e diventa storia condivisibile. Nel momento in cui un uomo può dire non ce l’ho fatta da solo e scoprire che questo non lo rende meno uomo, ma più umano.

    Forse la guarigione comincia così. Da qualcuno che resta. Da una frase semplice e potentissima. Io sono qui. E io ho te.

    Riferimenti bibliografici integrati.

    (Addis, M. E., & Mahalik, J. R., 2003). Men, masculinity, and the contexts of help seeking. American Psychologist.

    (Bowlby, J., 1988). A secure base. Basic Books.

    (Courtenay, W. H., 2000). Constructions of masculinity and their influence on men’s well-being. Social Science & Medicine.

    (Herman, J. L., 1992). Trauma and recovery. Basic Books.

    (van der Kolk, B. A., 2014). The body keeps the score. Viking.

  • Correttezza, menzogna e ipocrisia nel tempo dell’esposizione

    di Antonio Di Giorgio, psicologo

    Nel nostro tempo tutto appare complicato, ma raramente profondo. La complessità che ci circonda non nasce da un eccesso di pensiero, bensì da una sua continua sorveglianza. Non ci viene più chiesto di essere giusti, ma corretti. La correttezza è una postura sociale, una forma di autodifesa simbolica. La giustizia, al contrario, è un atto rischioso, perché implica una presa di posizione e la rinuncia alla neutralità apparente.

    Ciò che ci spinge a non dire ciò che pensiamo non è soltanto il tatto, valore educativo imprescindibile che tentiamo di trasmettere nelle aule scolastiche. È soprattutto la paura di incrinare il patto tacito della convivenza, quel fragile equilibrio fatto di silenzi condivisi e di verità sospese. Oggi la verità non scandalizza più per il suo contenuto, ma per l’intenzione che la muove. Dire ciò che si pensa significa esporsi, e l’esposizione autentica è diventata una colpa sociale.

    Le aule scolastiche e gli studi degli psicologi condividono un tratto comune: sono luoghi di narrazione. E come ogni narrazione, anche qui la finzione è presente. Sigmund Freud lo affermava senza indulgenza: il paziente mente (Freud, 1912). Ma quella menzogna non è un inganno deliberato, bensì una strategia di sopravvivenza psichica. Il soggetto mente a se stesso prima ancora che all’altro, perché la verità, se colta senza mediazioni, può risultare intollerabile.

    Il compito dello psicologo, come quello dell’educatore, non è smascherare brutalmente la menzogna, ma decodificare le verità interiori che filtrano attraverso il linguaggio metaforico. Nei lapsus, nelle contraddizioni, nelle immagini ricorrenti, il soggetto dice sempre qualcosa di vero, anche quando tenta di nasconderlo (Ricoeur, 1965). È in queste crepe del discorso che il pensiero perde eleganza e acquista autenticità.

    Il problema del nostro tempo non è la falsità in sé, che ha sempre accompagnato la storia umana, ma la sua estetizzazione. Viviamo immersi in una sovraesposizione culturale che produce rumore anziché pensiero. Opinioni proliferano, ma raramente si trasformano in riflessioni strutturate. Le idee non sedimentano, non si assumono la responsabilità del tempo. Restano leggere, intercambiabili, prive di conseguenze.

    Questo processo genera una forma nuova di squallore: uno squallore levigato, socialmente accettabile, spesso persino premiato. È la sporcizia delle idee che non si sporcano mai davvero, perché non entrano in contatto con il conflitto, con l’ambivalenza, con la fatica del pensare. Hannah Arendt aveva già colto questo rischio, parlando della banalità che nasce non dall’assenza di intelligenza, ma dall’assenza di pensiero critico (Arendt, 1963).

    Le idee autentiche, quelle davvero trasformative, sono invece scomode. Sono sudice nel senso più umano del termine: portano con sé contraddizioni, ambiguità, rinunce. Costringono a scegliere e a perdere qualcosa. Per questo vengono spesso sostituite dalla maschera dell’ipocrisia, oggi ribattezzata con nomi più rassicuranti come equilibrio, professionalità, opportunità. La maschera è leggera, adattabile, spendibile. Il pensiero, invece, pesa.

    Sotto questa patina cresce il disinteresse. Non quello rumoroso della provocazione, ma quello stanco, silenzioso, che si manifesta nello sguardo che scivola e nell’ascolto che non affonda. È qui che il pensiero si disgrega, non per mancanza di competenze, ma per mancanza di coraggio. Zygmunt Bauman descriveva questo stato come una liquidità morale, in cui nulla resta abbastanza a lungo da diventare vincolante (Bauman, 2000).

    Forse, allora, la vera forma di correttezza oggi sarebbe recuperare il coraggio di una parola imperfetta ma necessaria. Di un pensiero non addomesticato. Di un silenzio che non mente. Continuare a insegnare il tatto senza dimenticare che la verità non è mai elegante, ma quando emerge, anche filtrata da finzioni e metafore, si riconosce sempre. Perché pesa. E perché lascia il segno.


    Riferimenti bibliografici

    Arendt, H. (1963). Eichmann in Jerusalem: A report on the banality of evil. New York, NY: Viking Press.

    Bauman, Z. (2000). Liquid modernity. Cambridge, UK: Polity Press.

    Freud, S. (1912). Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico. In Opere (Vol. 6). Torino: Bollati Boringhieri.

    Ricoeur, P. (1965). De l’interprétation. Essai sur Freud. Paris: Éditions du Seuil.

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