Anima Psyché: Le trame dell'anima

Le trame dell'anima…

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Il progetto “Anima Psyche Le trame dell’anima

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Questo blog non ha carattere giornalistico, viene aggiornata senza periodicità regolare e non rappresenta una testata ai sensi della legge n. 62/2001. I contenuti sono a scopo divulgativo, espressivo o creativo e non costituiscono pareri professionali.

  • Tra un crash e una scelta: cronache di una vita digitale e reale

    Marsiglia, stanotte del 30 Gennaio

    Ieri mattina il mio laptop ha deciso di fare il suo show personale: schermata blu, lampeggi di panico e nessuna risposta. Ho fissato quella luce come se stesse cercando di comunicarmi un segreto dell’universo. E in fondo, forse lo stava facendo. Solo che io non avevo voglia di decifrarlo. Avevo già deciso di ignorare le mail, i messaggi, persino le chiamate.

    Mentre bevevo il mio caffè, mi sono chiesta: perché le nostre vite sembrano spesso una lunga serie di scelte informatiche sbagliate? Rispondo “sì” a inviti che non voglio, clicco su link che promettono felicità immediata, scarico app che più che semplificarmi la vita, la complicano. E poi mi sorprendo se qualcosa va storto.

    È come navigare in un mondo irreale, fatto di notifiche e algoritmi, in cui i dispiaceri si nascondono tra un aggiornamento software e l’altro. Le crisi non arrivano mai con preavviso: possono essere una mail sbagliata, una parola detta male, un like ignorato. E tu resti lì, a chiederti se la tua vita stia davvero seguendo il corso che avevi scelto o se sei solo un personaggio secondario nel romanzo di qualcun altro.

    Ma c’è qualcosa di irresistibile in questa danza tra guai informatici e scelte dubbie: ci ricorda che siamo vivi, che sbagliamo, che ci arrabbiamo, che piangiamo e poi ridiamo. Anche se il mondo reale sembra spesso meno prevedibile di uno schermo che lampeggia, c’è una piccola magia nel riuscire a ripartire, a chiudere la finestra sbagliata, a scegliere di nuovo.

    Così stamattina ho aggiornato tutto: sistema operativo, app, stato d’animo. Ho deciso di lasciare un po’ di caos, perché senza caos non c’è vita, non c’è storia, non ci sono aneddoti da raccontare a chi passerà un giorno a leggere il mio diario digitale. Tra misfatti quotidiani, scelte dubbie e momenti di pura irrealtà, mi sento stranamente… a casa. Eppure, mentre sorseggio il caffè ormai tiepido, non posso fare a meno di pensare a quanto sia fragile questa casa. Basta un messaggio male interpretato, un like mancato, una parola detta con troppo poco tatto, e tutto il senso di equilibrio che pensavamo di avere svanisce come fumo davanti a uno schermo illuminato. La vita reale è più cattiva dei nostri bug informatici: qui non basta un riavvio per sistemare le cose, e spesso scopriamo che il crash più doloroso non è quello del laptop, ma quello dei rapporti, dei sogni, delle illusioni che avevamo costruito con cura.

    E allora ti viene da ridere, ma amaramente. Ti viene da dire: “Ecco, tutto questo era previsto, io però ho continuato a cliccare ‘sì’ e ‘accetta’ senza leggere nulla.” Siamo tutti programmatori dilettanti di noi stessi, inseriamo comandi senza capire le conseguenze, e poi ci meravigliamo se il mondo non risponde come vorremmo. Ma c’è un’umanità sottile, quasi impercettibile, in questi fallimenti. È l’empatia che nasce dal capire che non siamo soli a incasinare le cose, che tutti abbiamo il nostro crash interiore nascosto dietro schermi lucidi e sorrisi social.

    E forse, solo forse, questo è il segreto: trovare la propria stabilità nonostante i crash. Nonostante i bug. Nonostante la vita.

  • Come e un perché

    Tel Aviv, Eretz Ysrael, 18 Luglio 2009

    Mi sono chiesto se esista un modo maschile di farsi domande senza fingere di avere già tutte le risposte. Un come e un perché che non sia una formula scolastica ma una postura dell’anima. Così stamattina, seduto dal tavolino del solito bar, ho guardato il caffè salire lento nella tazzina e ho pensato che anche noi uomini, quando nessuno ci osserva, sappiamo essere liquidi.

    Il mondo maschile viene spesso raccontato come un elenco di certezze. Il lavoro, il desiderio, il successo, la virilità. Ma sotto quella lista ordinata c’è una biblioteca segreta fatta di letture sottolineate, di pagine piegate, di appunti a matita che dicono ho paura e ho voglia insieme. C’è il romanzo lasciato sul comodino perché fa male ma non troppo. C’è il saggio comprato per capire il corpo e finito per capire il cuore.

    Il caffè, per esempio. Non è solo caffeina. È un rito minimo che concede una tregua. Un sorso e il mondo rallenta quel tanto che basta per domandarsi che cosa mi piace davvero. Il gusto amaro non è una punizione, è un promemoria. Non tutto deve essere dolce per essere desiderabile. Di solito un uomo queste cose le sa e le sente!

    E poi il sesso. Non come conquista ma come lingua. Una lingua che si impara tardi perché ci hanno insegnato a parlare forte prima di ascoltare. Il piacere maschile ha dubbi che raramente ammette. Piacerò. Saprò restare. Saprò chiedere. Dietro la sicurezza esibita c’è spesso una domanda semplice e fragile. Posso essere visto senza dover recitare?

    Le letture aiutano. Non perché diano risposte, ma perché autorizzano le domande. Un poeta che dice il desiderio con pudore, un filosofo che smonta l’idea di forza, un narratore che racconta l’intimità come una stanza con le finestre aperte. Leggere è un modo elegante di togliersi l’armatura.

    Tra un capitolo e l’altro torniamo al bar. Ordiniamo un altro caffè. Osserviamo gli altri uomini passare. Ognuno porta una versione pubblica di sé e una privata che pesa di più. In quel peso c’è anche la tenerezza, che non è debolezza ma precisione. È saper toccare senza ferire. È saper restare quando la scena finisce.

    Il come e il perché allora diventano compagni di strada. Come si ama senza perdere sé. Perché si desidera ciò che ci somiglia e ciò che ci manca. Come si cresce senza smettere di tremare. Perché il dubbio, se accolto, diventa bussola.

    Forse il mondo maschile ha bisogno di meno proclami e di più tazzine vuote sul tavolo. Segni di una pausa condivisa. Di una conversazione che non deve vincere. Di un piacere che sa attendere.

    E mentre il caffè finisce, resta una certezza gentile. Non siamo fatti per essere impermeabili. Siamo fatti per capire come e per chiederci perché. Ogni giorno, con grazia.

    Con empatia, sempre!

  • Il Giorno della Memoria, la lingua yiddish e il coraggio di Yentl

    di Antonio Di Giorgio, psicologo

    Ogni Giorno della Memoria torno sempre lì. Non solo ai luoghi dell’orrore, non solo ai numeri che la storia ha il dovere di conservare. Torno alle voci. A quelle che hanno continuato a parlare anche quando tutto spingeva al silenzio. La letteratura yiddish è una di queste voci. Fragile e potentissima insieme.

    Isaac Bashevis Singer scriveva in yiddish quando il mondo lo considerava una lingua destinata a scomparire. Una lingua senza terra, senza eserciti, senza futuro apparente. E invece era una lingua carica di vita quotidiana, di ironia, di contraddizioni, di desideri. Una lingua capace di tenere insieme Dio e il dubbio, la legge e la trasgressione, la fede e la libertà.

    Nel Giorno della Memoria, ricordare la letteratura yiddish significa ricordare un mondo che non è stato solo distrutto fisicamente, ma anche culturalmente. Un universo di racconti, di domande, di intelligenza morale che rischiava di essere cancellato due volte: prima dalla violenza, poi dall’oblio.

    Singer lo sapeva. E forse per questo i suoi personaggi non sono mai eroi solenni. Sono esseri umani pieni, inquieti, spesso in lotta con ciò che ci si aspetta da loro. Come Yentl. Yentl è una ragazza che ama lo studio, i libri, la Torah. Ma il suo mondo le dice che non può. Così si traveste da uomo, diventa Anshel, entra nella yeshiva (la scuola per farsi rabbino). È una storia che parla di identità, di desiderio, di sapere. Ma soprattutto parla di coraggio. Il coraggio di non rinunciare a sé stessi pur sapendo di dover pagare un prezzo.

    Quando Barbra Streisand porta Yentl sullo schermo, compie un gesto che è insieme racconto e messa in scena della memoria. Trasforma una storia yiddish in un musical intimo, quasi meditativo. La voce canta ciò che il personaggio non può dire apertamente. La musica diventa spazio di libertà interiore.

    In quel film la memoria non è nostalgia. È trasmissione. È la prova che una storia nata in una lingua perseguitata può attraversare il tempo e arrivare fino a noi, parlando ancora di scelta, di identità, di futuro.

    Nel Giorno della Memoria, Yentl ci ricorda che la distruzione non ha colpito solo i corpi, ma anche i sogni, le possibilità, le voci fuori norma. Ricordarla significa restituire dignità a ciò che non rientrava nei ruoli prestabiliti, né ieri né oggi.

    La letteratura yiddish, con Singer, ci insegna questo: la memoria non è solo lutto. È anche fedeltà alla complessità dell’umano. È lasciare spazio a personaggi che non si lasciano ridurre a simboli.

    E forse, nel silenzio rispettoso del Giorno della Memoria, vale la pena ascoltare proprio loro. Le voci laterali. Le lingue minoritarie. Le storie che hanno avuto il coraggio di sopravvivere.

    Perché ricordare non significa solo piangere ciò che è stato perduto. Significa continuare a dare voce a ciò che voleva vivere.

    Yentl: Singer e Streisand e le Rabbine, la donna che è custode alta e legittima dell’eredità spirituale di Eretz Ysrael.

  • Il giorno della memoria e…il giorno dopo

    di C.B.

    Marsiglia 28 Gennaio 2026

    Mi sono sempre chiesta se la memoria abbia bisogno di una data per esistere. O se siamo noi ad averne bisogno, per ricordarci di ricordare.

    Il 27 gennaio mi sveglio già sapendo cosa accadrà. Le parole saranno gravi, le immagini composte, il dolore incorniciato nel modo giusto. È come entrare in una stanza che conosci a memoria. Sai dove sono le sedie, dove sederti, quanto restare. Sai anche quando è il momento di uscire.

    Eppure, ogni anno, quello che mi inquieta davvero non è il Giorno della Memoria. È il giorno dopo.

    Il 28 gennaio nessuno ci guida. Non ci sono programmi, né voci ufficiali. La memoria resta lì, nuda, a guardarci negli occhi, chiedendoci cosa intendiamo farne adesso. Se la conserveremo come un oggetto fragile da esporre solo nelle occasioni importanti o se la lasceremo entrare nella vita quotidiana, dove tutto è più confuso e meno nobile.

    Perché ricordare è facile quando il male è lontano, definito, storicizzato. È più difficile quando assume forme banali. Una risata fuori posto. Un’esclusione silenziosa. Un sopruso minimizzato. Il Giorno della Memoria parla dei campi. Il giorno dopo parla di noi.

    Ho pensato spesso che la memoria non serva a sentirci migliori. Serve a sentirci responsabili. È una lente che non ingrandisce solo l’orrore del passato, ma mette a fuoco le nostre scelte presenti. E non sempre quello che vediamo ci piace.

    C’è qualcosa di profondamente scomodo nel giorno dopo. Non chiede lacrime, chiede attenzione. Non chiede parole giuste, chiede gesti piccoli ma coerenti. Restare. Intervenire. Non girarsi dall’altra parte.

    Forse è questo il punto che continuiamo a perdere. La memoria non è commemorazione. È allenamento. Un esercizio quotidiano di umanità che si misura nei dettagli, non nelle grandi dichiarazioni.

    Il 27 gennaio ricordiamo ciò che è stato. Il 28 gennaio decidiamo chi vogliamo essere. E mi domando, come sempre, se la memoria possa davvero salvarci. O se possa almeno insegnarci a non smettere di provarci.

    Forse il futuro comincia proprio lì. Nel giorno dopo. Quando nessuno guarda, ma tutto conta.

  • L’iperoggetto e la libido del soggetto: una riconfigurazione ecopsicologica nell’Antropocene

    di Antonio Di Giorgio, psicologo.

    Abstract

    Questo articolo esplora l’interfaccia teorica tra la nozione di “iperoggetto” sviluppata dal filosofo Timothy Morton (2013) nell’ambito dell’Ontologia Orientata agli Oggetti (OOO) e il concetto psicoanalitico di “libido del soggetto”. Si sostiene che la crisi ecologica dell’Antropocene, incarnata da iperoggetti come il cambiamento climatico o la plastica oceanica, non rappresenti soltanto una minaccia materiale, ma inneschi una profonda crisi psichica. L’iperoggetto, nella sua viscosità e non-località, interrompe il circuito tradizionale del desiderio (libido) del soggetto umano, costringendolo a un confronto traumatico con un “Altro” non-umano che resiste all’incorporazione fantasmatica. L’articolo propone che la risposta a questa crisi non risieda in un ritiro difensivo, ma in una rieducazione della libido verso una “solidarietà strana” (Morton, 2017) con le reti di oggetti non-umani. Attraverso un dialogo tra la filosofia post-correlazionista di Morton e la psicoanalisi lacaniana, si delinea una nuova prospettiva ecopsicologica per l’età degli iperoggetti.

    1. Introduzione: la crisi come incontro con l’impossibile

    Il XXI secolo ha visto il consolidarsi di un paradosso: maggiore è la consapevolezza scientifica della crisi ecologica sistemica, più sembrano proliferare l’inazione collettiva e i meccanismi psicologici di negazione (Norgaard, 2011). Questo articolo propone che tale paradosso non sia solo politico o comunicativo, ma affondi le sue radici in una frattura tra le strutture psichiche del soggetto umano moderno e la natura ontologica delle entità con cui ora deve confrontarsi: gli iperoggetti (Morton, 2013).

    Il concetto di libido in psicoanalisi – l’energia pulsionale che investe oggetti nel mondo alla ricerca di soddisfazione – presuppone un mondo di oggetti discreti, localizzabili e, in definitiva, rappresentabili dalla psiche. L’iperoggetto, per le sue caratteristiche di viscosità (ci siamo sempre già dentro), non-località e temporalità iper-estesa, sfugge a questa logica rappresentativa. Esso si presenta non come un oggetto del desiderio o dell’orrore, ma come lo sfondo stesso dell’esistenza che improvvisamente si fa opaco, minaccioso e attivo. In termini lacaniani, l’iperoggetto assomiglia al Reale – ciò che è impossibile da simbolizzare integralmente, ma che insiste e irrompe nel campo del simbolico e dell’immaginario (Žižek, 2010).

    2. Iperoggetti: ontologia di un mondo iperconnesso e ipertraumatico

    L’Ontologia Orientata agli Oggetti di Morton rompe con la tradizione correlazionista della filosofia occidentale, insistendo sull’autonomia e sul “ritiro” di tutti gli oggetti, umani e non (Harman, 2018). L’iperoggetto è una sottoclasse di oggetti caratterizzata da una scala e una complessità tali da rendere evidente questa autonomia in modo traumatico per l’umano.

    • Viscosità e pulsione: La libido classica opera per investimento e disinvestimento (catessi e contro-catessi). L’iperoggetto è viscoso : non ci si può staccare. Il desiderio di fuggire dal cambiamento climatico è impossibile, generando un’angoscia specifica: la libido non trova una via di fuga, è costretta a un investimento senza possibilità di scarica, un corto circuito pulsionale.
    • Non-località e l’oggetto permanente: Lo sviluppo psichico infantile, secondo Piaget, passa attraverso la costruzione dell’ oggetto permanente . L’iperoggetto è il suo contrario: è fenomenologicamente non-locale . Lo sperimentiamo in eventi meteorologici estremi, in un grafico di CO₂, in un pesce con microplastiche, ma mai nella sua totalità. La libido non trova un “bersaglio” stabile su cui fissarsi, disperdendosi in una rete di sintomi frammentati.
    • Temporalità iper-estesa e il desiderio finito: La libido umana è strutturata da orizzonti temporali finiti (progetti, aspettative di vita, narrazioni storiche). L’iperoggetto opera su scale temporali ipocronistiche (Morton, 2013): il plutonio rimarrà attivo per millenni, la CO₂ riscalderà il pianeta per secoli. Questo schiaccia la temporalità del desiderio umano, rendendolo insignificante di fronte alla lenta, inesorabile agency di un non-umano.

    3. La libido del soggetto di fronte all’iperoggetto: dal fantasma al trauma

    La psicoanalisi lacaniana ci offre uno strumento per comprendere questa crisi. Il soggetto umano si costituisce attraverso il fantasma fondamentale ($ ◊ * a * ), una sceneggiatura inconscia che struttura il suo desiderio e media il suo incontro con il Reale (Lacan, 1973). L’iperoggetto, in quanto Reale ecologico, buca questo fantasma.

    1. Fine del mondo come fine del fantasma: Quando Morton (2013) parla della “fine del mondo”, non intende la fine fisica del pianeta, ma la fine del “mondo” come totalità significativa e rappresentabile per il soggetto. È la fine del fantasma dell’ambiente come sfondo stabile, incontaminato e separato (la “Natura”). L’iperoggetto rivela che siamo sempre stati immersi in una mesh (rete intricata) di oggetti strani e non familiari.
    2. Angoscia ecologica come sintomo del Reale: L’ansia climatica diffusa, l’eco-paralisi, la solastalgia (Albrecht, 2005) possono essere lette come sintomi di questo incontro traumatico. Non sono semplici paure di un oggetto, ma la perturbazione del soggetto di fronte alla dissoluzione dei suoi confini psichici e del suo scenario fantasmatico di dominio e separazione.
    3. La libido come ponte? Il compito etico e psichico proposto da questa analisi è una riconfigurazione della libido. Se il tradizionale investimento libidico era basato su un’opposizione Soggetto (attivo)/Oggetto (passivo), l’iperoggetto ci impone di riconoscere l’agency degli oggetti. La libido deve quindi essere reindirizzata non verso il possesso o la proiezione, ma verso una forma di solidarietà o compassione estesa (Morton, 2017) – un investimento affettivo in relazioni di coesistenza con i non-umani, accettandone l’alterità radicale e il ritiro.

    4. Verso un’ecopsicologia dell’iperoggetto: implicazioni e prospettive

    Questa sintesi tra OOO e psicoanalisi apre la strada a una ecopsicologia radicale:

    • Pratica clinica: Trattare l’eco-ansia non come fobia, ma come risposta realistica a un reale traumatico. L’obiettivo terapeutico non sarebbe la “normalizzazione”, ma l’accompagnamento in un lutto (per il mondo finito) e la costruzione di nuove modalità di investimento libidico nella mesh.
    • Etica e politica: Smaschera il narcisismo di un ambientalismo che vuole “salvare il pianeta” (fantasma di controllo). Propone invece un’etica della coesistenza strana, fondata sul riconoscimento della nostra interdipendenza e vulnerabilità all’interno di una rete di oggetti ipertrofici.
    • Ricerca futura: Applicare questo quadro ad analisi culturali (narrativa, cinema dell’Antropocene), allo studio dei movimenti sociali e alle politiche della comunicazione ambientale.

    5. Conclusione

    L’iperoggetto non è solo un concetto filosofico, ma un fatto psichico che trasforma le condizioni stesse del desiderio umano. Il confronto tra l’ontologia di Timothy Morton e la teoria della libido rivela che la crisi ecologica è, in profondità, una crisi della struttura desiderante del soggetto moderno. Superare questa crisi richiede una duplice mossa: riconoscere l’autonomia ontologica del non-umano (l’iperoggetto come Reale) e reincanalare l’energia libidica verso forme di relazione non basate sulla padronanza fantasmatica, ma su una solidarietà oscura e strana con l’infinità di oggetti con cui condividiamo un mondo danneggiato e viscoso. In questo senso, la psicoanalisi e l’OOO non offrono consolazione, ma gli strumenti per un realismo necessario nell’epoca degli iperoggetti.


    Bibliografia

    Albrecht, G. (2005). ‘Solastalgia’. A new concept in health and identity. PAN: Philosophy Activism Nature, (3), 41–55.

    Harman, G. (2018). Ontologia orientata agli oggetti: una nuova teoria del tutto . Pelican Books.

    Lacan, J. (1973). Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. Einaudi.

    Morton, T. (2013). Iperoggetti: filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo . University of Minnesota Press.

    Morton, T. (2017). L’umanità: solidarietà con i popoli non umani . Verso Books.

    Norgaard, KM (2011). Vivere nella negazione: cambiamenti climatici, emozioni e vita quotidiana . The MIT Press.

    Žižek, S. (2010). Vivere alla fine dei tempi . Verso Books.

  • Quando scrivo…

    di Antonio Di Giorgio

    So che le parole non sono mai innocue.
    Le ho viste costruire legami e distruggerli con la stessa facilità. Le ho sentite aprire possibilità e, subito dopo, chiuderle per anni. Per questo le guardo con rispetto e con dubbio, come si fa con qualcosa che può salvare o ferire.

    Le parole dette entrano nel mondo e non tornano indietro.
    Una volta pronunciate, vivono di vita propria. Possono essere fraintese, amplificate, distorte. So che spesso diciamo più di quanto intendiamo, e meno di quanto sarebbe necessario. E so anche che a volte parliamo per riempire un vuoto, non per incontrare davvero qualcuno.

    Le parole non dette hanno un peso diverso, ma non minore.
    Restano dentro, si accumulano, diventano tensione, stanchezza, distanza. So che molte di esse non vengono trattenute per mancanza di coraggio, ma per eccesso di attenzione verso l’altro, o verso l’immagine che vogliamo mantenere. Eppure il non detto non sparisce. Lavora in silenzio, e spesso presenta il conto più tardi.

    Poi ci sono le parole che feriscono.
    Non sempre sono gridate. Spesso sono dette con calma, con tono corretto, persino educato. Feriscono perché arrivano senza ascolto, senza curiosità per la storia di chi le riceve. So che una parola può ferire più per ciò che ignora che per ciò che afferma.

    Con il tempo ho imparato che parlare è un atto di responsabilità, non di sfogo.
    So che non tutto va detto subito, ma so anche che il silenzio, quando è imposto a sé stessi, può diventare una forma di auto-abbandono. La difficoltà non sta nel parlare o nel tacere, ma nel riconoscere il momento giusto e la forma giusta.

    So anche che il dubbio è una risorsa.
    Mi impedisce di usare le parole come armi o come etichette. Mi costringe a rallentare, a chiedermi che effetto avranno, non solo che senso hanno per me. Il dubbio non indebolisce il linguaggio, lo rende più umano.

    So che le parole possono fare meno danni quando nascono da un luogo interno che ha imparato a conoscersi.
    Quando non servono a controllare, a difendersi, a dimostrare. Ma a stare in relazione.

    Alla fine so questo.
    Il mondo delle parole è un territorio fragile, attraversato ogni giorno senza mappe definitive. Ogni frase è un rischio e una possibilità insieme.
    E sapere questo non mette al riparo dagli errori, ma rende più attenti a non lasciare ferite inutili.

  • Tavolo per…uno

    di C.B.

    Marsiglia 22 Gennaio 2026

    C’è un tavolo, in fondo a un ristorante immaginario, che mi ha sempre incuriosita. Non è vicino alla finestra, non è al centro della sala. È un tavolo per uno. Un tavolo piccolo, quasi timido, come se non volesse disturbare.

    Per anni ho creduto che fosse il tavolo della solitudine. Quello delle persone senza compagnia, senza legami, senza una storia da raccontare. Poi, un giorno, ho chiesto a me stessa: e se fosse il tavolo della libertà?

    Sedersi a un tavolo per uno è un atto radicale. Significa guardarsi negli occhi senza specchiarsi in nessuno, ascoltare il proprio respiro senza doverlo sincronizzare con quello di qualcun altro, scegliere cosa mangiare senza mediazioni, senza compromessi, senza dover essere compiacenti.
    È un gesto minuscolo e, insieme, rivoluzionario.

    Molti di noi hanno paura del tavolo per uno. Ci spaventa l’idea di essere visti soli, come se la solitudine fosse una colpa, un fallimento sociale. Ci hanno insegnato che una tavola è completa solo quando è affollata, rumorosa, piena di piatti condivisi. Eppure, quante tavole per molti sono state, in realtà, tavole di silenzi non detti, di parole trattenute, di presenze che non sapevano esserci?

    Al tavolo per uno non puoi nasconderti.
    Non puoi delegare a nessuno il compito di sentirti.
    Sei costretto a farti compagnia.

    E forse è proprio qui che inizia una forma diversa di amore. Un amore meno romantico e più necessario: quello verso te stesso. Ti ascolti mentre mastichi un pensiero, ti accorgi di un’emozione che di solito ignori, noti una ferita che chiede ancora cura. Al tavolo per uno, il cameriere non ti porta solo un piatto, ti porta anche il conto delle tue assenze, dei tuoi desideri rinviati, delle parti di te che hai lasciato in attesa.

    Certo, ci sono sere in cui il tavolo per uno fa male. Quando vorresti raccontare una giornata difficile, quando una risata condivisa ti manca come l’aria, quando il silenzio è troppo grande per una sola voce. Ma ci sono anche sere in cui quel tavolo è una conquista. Un luogo in cui finalmente non devi essere niente per nessuno, se non per te.

    Forse la vita è un alternarsi di tavoli. Tavoli per due, per molti, per uno.
    E forse la vera maturità emotiva è poter sedere a ciascuno senza paura.

    Io, oggi, mi siedo volentieri al tavolo per uno.
    Non perché non desideri altri commensali, ma perché ho imparato a non temere la mia stessa compagnia. E, a sorpresa, ho scoperto che non è affatto una cattiva conversazione.

    Con empatia…

  • Sogno di primo mattino

    di C.B.

    Marsiglia 20 Gennaio 2026

    Ci sono giorni in cui non succede nulla di eclatante. Nessun evento grave, nessuna tragedia. Eppure il peso si posa addosso come una coperta umida. È in quei giorni che chi sente troppo se ne accorge con maggiore chiarezza.

    Sentire troppo non è piangere sempre. Non è fragilità esibita. È piuttosto un modo di stare al mondo in cui le cose entrano senza bussare. Le parole dette a metà, gli sguardi storti, gli errori minuscoli, le metafore dette per scherzo che poi tornano a bussare la sera. Tutto resta. Tutto chiede di essere pensato.

    Chi sente troppo spesso lavora bene, ma non se lo riconosce. Fa il proprio dovere anche quando il cuore avrebbe voluto altro. Va avanti per il pane quotidiano, per responsabilità, per una forma di fedeltà silenziosa. E intanto trattiene sogni deviati, strade interrotte, decisioni subite. Non fa rumore. Ma il corpo ricorda.

    Ci sono luoghi che non ci hanno voluto bene. Ambienti che hanno lasciato ferite sottili, mai dichiarate, ma profonde. Quando li si incontra di nuovo per strada, o sotto forma di persone che ne sono state parte, il disagio è immediato. A volte è nausea. A volte è rabbia muta. Non è cattiveria. È memoria che cerca protezione.

    E poi ci sono gli errori. Piccoli. Banali. Un accento sbagliato, una parola sfuggita. Per chi sente troppo diventano prove schiaccianti. Come se un inciampo bastasse a smontare una vita intera. In quei momenti la voce interna diventa dura, spietata. Dice che non si è abbastanza. Che si è lenti. Che si è invecchiati male.

    Ma non è vero.

    Chi sente troppo non è rotto. È poroso. È attraversato. Ha bisogno di pause vere, non di giudizi. Ha bisogno di gentilezza, soprattutto da sé. Perché la sensibilità non è un difetto da correggere, è una qualità da custodire. Va protetta, non smentita.

    Forse non tutto andrà come si era sognato. Forse alcune strade non si riapriranno. Ma altre sì. Più piccole, più intime, più vere. Scrivere. Curare. Pensare. Offrire senso dove altri passano oltre.

    Il futuro, per chi sente troppo, non è un traguardo eroico. È una riconciliazione lenta. Con i propri limiti. Con ciò che è stato imposto. Con ciò che ancora pulsa e chiede spazio.

    E se stasera il peso si fa sentire, va bene fermarsi. Non per arrendersi, ma per respirare. Domani non chiederà perfezione. Chiederà presenza. E chi sente troppo, quando è accolto, sa esserci come pochi.

    Con empatia

  • Io scelgo me stessa

    di C.B.

    Marsiglia 17 Gennaio 2026

    Ci sono parole che per anni ho pronunciato a bassa voce, quasi chiedendo permesso. Maternità è una di queste. Cura è l’altra. E poi c’è il disamore, che arriva piano, senza fare rumore, quando ti accorgi che ciò che tutti chiamano destino per te non è più casa.

    Per molto tempo mi hanno insegnato che essere donna significava custodire. Un corpo, una promessa, una vita futura. Mi hanno detto che la cura è istinto, che la maternità è compimento. E io ho ascoltato. Ho annuito. Ho persino creduto che se non avessi desiderato un figlio ci fosse qualcosa di rotto in me.

    Poi un giorno, senza clamore, ho scelto me stessa.

    Scegliersi non è rifiutare l’amore. È riconoscerne una forma diversa. È dire che la cura non è sempre generare qualcun altro, ma talvolta è restare intere. È capire che il disamore verso la maternità non è aridità, ma onestà.

    Penso spesso alle donne in Iran. Le immagino mentre attraversano la città con passi misurati e pensieri enormi. Donne a cui la maternità è stata raccontata come dovere morale, come atto di obbedienza, come unica via di senso. Donne che curano figli, genitori, famiglie intere, spesso senza mai essere curate a loro volta.

    In quei volti vedo una verità che ci riguarda tutte. Non è una questione di confini o di leggi, ma di sguardi interiori. Anche quando nessuno ci obbliga apertamente, il comando può vivere dentro di noi. Sii madre. Sii accogliente. Sii sacrificio.

    E se invece una donna sceglie di non esserlo. Se una donna sente che la maternità non la chiama. Se una donna avverte che la sua cura deve andare altrove, verso un lavoro, un amore, un’idea, un silenzio finalmente abitabile.

    Il disamore verso la maternità è spesso frainteso. Non è odio, non è rifiuto della vita. È una forma di lucidità emotiva. È sapere che non tutte le donne fioriscono nello stesso giardino. Alcune fioriscono altrove. Alcune hanno bisogno di restare semi a lungo, o per sempre.

    Le donne iraniane che scelgono se stesse, anche solo nel pensiero, mi ricordano che la scelta interiore è già un atto di cura. Curare il proprio desiderio è un gesto radicale e silenzioso. Nessuna bandiera. Nessuno slogan. Solo la fedeltà a ciò che si sente vero.

    Io scelgo me stessa, dico oggi con una voce più ferma. Non contro qualcuno. Non contro qualcosa. Ma a favore di una vita che non mi chieda di tradirmi.

    Forse la maternità non è il mio linguaggio. Ma la cura sì. Cura delle parole, delle relazioni, dei frammenti d’anima che incontro. Cura del mio tempo, del mio corpo, dei miei confini.

    E in questo scegliere me stessa sento di non essere sola. Sento un filo sottile che mi unisce a molte donne, vicine e lontane, visibili e invisibili. Donne che ogni giorno, in modi diversi, fanno la stessa scelta intima.

    Non per egoismo. Ma per verità.

    Con empatia…

  • Il dolore che il diritto fatica a vedere

    di Antonio Di Giorgio

    Ci sono domande che non arrivano mai con rabbia.
    Arrivano stanche.
    Arrivano quando un genitore ha già provato a spiegare, a contenere, a resistere. Quando ha già osservato il proprio figlio diventare più silenzioso, più rigido, o troppo adulto per la sua età. Arrivano spesso così:
    “Se un genitore è psicologicamente violento, perché non si arriva all’affidamento esclusivo?”
    È una domanda che nasce da una frattura. Non solo familiare, ma simbolica. Perché chi la pone sente che il dolore è evidente, mentre il riconoscimento sembra lontano. Come se la sofferenza parlasse una lingua che il diritto non comprende fino in fondo.
    E in parte è vero.
    Il Tribunale non guarda il genitore come si guarda una persona nella vita quotidiana. Non lo guarda con le categorie del bene e del male. Non giudica la crudeltà, la manipolazione, la distruttività emotiva in quanto tali. Guarda la funzione genitoriale. E guarda il minore.
    L’affidamento esclusivo, infatti, non è una punizione.
    È una misura di tutela.
    Questo è il punto che più spesso resta invisibile e che più spesso ferisce. Perché chi subisce violenza psicologica vorrebbe almeno una cosa: che venga chiamata per nome. Ma il diritto non lavora sul nome delle cose. Lavora sulle prove.
    La violenza psicologica è una forma di male senza rumore. Non lascia lividi, non interrompe bruscamente la quotidianità. Si insinua. Alterna momenti di apparente normalità a svalutazioni sottili, inversioni di colpa, messaggi doppi. È relazionale, intermittente, spesso confinata nello spazio intimo. Per questo è così difficile da dimostrare.
    Senza relazioni tecniche, senza valutazioni protratte nel tempo, senza tracciabilità delle condotte, quella violenza rischia di restare un racconto. E il racconto, per quanto vero, non basta a fondare una decisione che incide radicalmente sulla vita di un bambino (si veda Cass. civ., sez. I, n. 9764/2019).
    Ma anche quando la violenza viene riconosciuta, non è ancora sufficiente.
    Perché il Tribunale non si chiede quanto un genitore sia disfunzionale in astratto. Si chiede quanto quella disfunzionalità produca un danno concreto, attuale, osservabile sul minore. Il centro non è il conflitto, ma il pregiudizio. Non la sofferenza del genitore, ma l’impatto sullo sviluppo psicologico del figlio (art. 337-ter c.c.).
    È una logica che spesso appare fredda. E forse lo è. Ma è una logica che nasce dal timore di togliere troppo, troppo presto. Perché esiste un altro principio che pesa come un macigno: quello della bigenitorialità. L’idea che, finché possibile, un bambino abbia diritto a entrambi i genitori, anche quando uno dei due è fragile, immaturo, disturbato.
    Questo principio viene sacrificato solo quando diventa evidente che la presenza di entrambi non protegge più, ma danneggia.
    E la soglia perché ciò venga riconosciuto è molto alta.
    Serve gravità. Continuità. Assenza di margini di recupero. Serve che l’altro genitore non riesca più a contenere, a compensare, a fare da argine. Serve che il sistema, nel suo insieme, non regga più (Cass. civ., sez. I, n. 18817/2015).
    Per questo il Tribunale procede per gradi. Prescrizioni. Mediazioni. Limitazioni. Monitoraggi. Come se tentasse, fino all’ultimo, di riparare ciò che è incrinato, prima di dichiararlo irrecuperabile.
    Ed è qui che si apre il punto più scomodo.
    Un genitore può essere manipolante.
    Può essere svalutante.
    Può essere emotivamente distruttivo.
    E non superare comunque la soglia giuridica per l’affidamento esclusivo.
    Perché il diritto non parla di “genitori tossici”. Parla di pregiudizio dimostrabile per il minore. E ciò che per la psiche è devastante, per la legge può essere ancora ambiguo.
    Molti studiosi lo hanno detto con parole diverse. La violenza psicologica è una violenza che frammenta, che confonde, che non sempre produce sintomi immediatamente leggibili (H. Kohut, La cura psicoanalitica; D. Winnicott, La famiglia e lo sviluppo dell’individuo). E i bambini, spesso, sono bravissimi a sembrare adattati mentre dentro si stanno ritirando.
    L’affidamento esclusivo non arriva quando un genitore è “cattivo”. Arriva quando la funzione genitoriale è così compromessa da non poter più essere sostenuta senza mettere a rischio la crescita emotiva del figlio.
    È questa distanza, tra sofferenza vissuta e prova giuridica, a lasciare tanti genitori sospesi. Con la sensazione che qualcosa di profondamente violento non venga visto. O che venga visto, ma non abbastanza.
    E forse, prima ancora di una riforma o di una sentenza, ciò che manca è una parola che tenga insieme entrambe le cose. Il rigore del diritto e la verità della psiche. Una parola capace di dire che sì, il dolore è reale. Anche quando non basta ancora a diventare prova.
    (Perché non tutto ciò che ferisce lascia tracce immediatamente leggibili. Ma non per questo smette di ferire.)

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