Anima Psyché: Le trame dell'anima

Le trame dell'anima…

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Il progetto “Anima Psyche Le trame dell’anima

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Questo blog non ha carattere giornalistico, viene aggiornata senza periodicità regolare e non rappresenta una testata ai sensi della legge n. 62/2001. I contenuti sono a scopo divulgativo, espressivo o creativo e non costituiscono pareri professionali.

  • Donna, vita, libertà: la forza silenziosa delle donne in Iran

    di C.B.

    Mi chiedo spesso quando tutto sia cominciato. Non parlo di una data precisa, ma di quel momento in cui una donna capisce che il suo corpo, la sua voce, la sua libertà sono diventati oggetti da controllare. In Iran, quel momento arriva presto, ma non è frutto del caso: è storia, politica, potere.

    Io, che ho imparato a osservare le persone più che giudicarle, vedrei le ragazze iraniane camminare per strada con occhi che sanno di dover essere attenti, sorrisi misurati, passi che devono essere leggeri come per non disturbare. Le loro mani stringono borse, libri, zaini come se fossero armi delicate. Piccoli gesti di resistenza quotidiana.

    Non si nasce ribelli. Si nasce con il diritto di respirare, di ridere, di alzare lo sguardo senza paura. Poi arriva la rivoluzione del 1979 e tutto cambia. Il velo, che prima era una scelta, diventa obbligo. La voce, che prima era libertà, diventa sospetta. Il corpo, che prima era casa, diventa territorio di regolamentazione. Non è solo religione: è potere. Controllare le donne significa controllare il futuro di una società intera.

    Eppure, nonostante le leggi, nonostante la paura, le donne continuano a vivere. Continuano a studiare, a lavorare, a creare. Non hanno smesso di essere donne: hanno smesso di essere invisibili. L’università è piena di studentesse brillanti; le strade, di artiste che trovano mille modi per far sentire la loro voce. Ogni atto di coraggio, anche piccolo, è un seme di rivoluzione.

    Poi arriva il momento in cui il dolore diventa insopportabile e diventa grido. La morte di Mahsa Amini è stata quel momento. Un corpo spezzato, ma una scintilla accesa. “Donna, vita, libertà.” Tre parole che diventano mantra, soglia di cambiamento, promessa di futuro. Non chiedono privilegi. Chiedono esistenza. Chiedono di poter vivere senza paura nel proprio corpo.

    Io vedo il coraggio delle donne iraniane come una lezione universale: la libertà può essere repressa, ma non estirpata. Respira negli occhi, batte nel cuore, attende il momento giusto per fiorire. Ogni volta che una ragazza esce di casa e decide di camminare come vuole, ogni volta che una madre insegna alla figlia a pensare, il cambiamento avanza. Lentamente, forse, ma inesorabilmente.

    Non è una storia finita. È un capitolo che stiamo leggendo adesso, e ogni pagina parla anche a noi. Ci ricorda che la libertà non è un dono, è una conquista quotidiana. Che ogni atto di coraggio, anche silenzioso, è rivoluzione. Che le donne iraniane non stanno chiedendo nulla che non appartenga a tutti: il diritto di essere, finalmente, interamente se stesse.

    E io lo scrivo, perché il mondo sappia, perché non dimentichi, perché chi legge possa sentire la forza di chi resiste. Perché la speranza è ancora possibile, se la sappiamo riconoscere e sostenere.

    Con empatia a tutte le Madri, Sorelle, Amiche dell’Iran…

  • Crescere, invecchiare, amare… e ascoltare Ornella Vanoni

    di C.B.

    Ornella Vanoni se n’è andata. E io mi ritrovo a camminare tra le strade di Marsiglia, con la mia tazza di caffè in mano, chiedendomi: cosa significa davvero crescere? Cosa vuol dire invecchiare senza perdere la capacità di sentire, di emozionarsi, di amare? Quando ascoltavo la sua voce, ogni nota era un piccolo viaggio. Ogni parola un abbraccio che poteva essere tenero, dolce, malinconico o ironico. E mi chiedo: perché certe voci sembrano accompagnarci per tutta la vita, diventando una sorta di colonna sonora dei nostri amori e dei nostri dolori? Ornella ci ha insegnato che amare è anche accettare le ferite, i rimpianti, le assenze. Ma siamo davvero pronti a farlo?

    Ho letto oggi, al risveglio, della sua scomparsa e ho sentito un nodo in gola. È strano come la perdita di qualcuno che non conosciamo personalmente possa farci sentire soli, o più soli di prima. È come se ogni canzone, ogni parola cantata, fosse un filo invisibile che ci lega a lei, e ora quel filo tremola. Perché ci affezioniamo così tanto a chi ci racconta la vita attraverso l’arte? È forse la nostra paura di dimenticare, di non lasciare traccia? E mentre penso alla sua musica, alle sue sfumature, alle sue contraddizioni, mi chiedo: possiamo davvero imparare a invecchiare con grazia, senza perdere l’ironia, la sensualità, la profondità dei sentimenti? Possiamo continuare a amare, a provare, a rischiare, anche quando il tempo ci insegna la prudenza?

    Ornella Vanoni ha vissuto come ha cantato: intensa, autentica, vulnerabile e coraggiosa. E io mi chiedo: quanti di noi osano davvero vivere così, senza filtri, senza paura del giudizio, senza rimpianti che ci paralizzano? Quanti di noi riescono a trasformare le cicatrici in poesia, la solitudine in compagnia, la nostalgia in musica? Oggi, mentre ascolto ancora una volta le sue canzoni, sento un desiderio struggente: quello di non dimenticare. Di lasciare che le note ci ricordino che crescere, invecchiare e amare sono un continuo, fragile, meraviglioso equilibrio. E che, forse, la bellezza sta proprio nel non sapere cosa accadrà dopo l’ultima nota, ma continuare a cantare lo stesso.

    Perché, alla fine, crescere non è smettere di sentirsi vivi. È continuare a chiedersi, anche tra le lacrime e la nostalgia: posso ancora emozionarmi? Posso ancora amare? Posso ancora sentire la musica vibrare dentro di me?

    Ornella, grazie. Per ogni nota, ogni silenzio, ogni sospirata riflessione. E a noi, spettatori della vita, resta la domanda: saremo capaci di vivere con la stessa intensità, senza rimpianti, senza paura, fino all’ultima canzone?

    Con empatia…

  • Quando l’anima… se ne va…

    di Antonio Di Giorgio

    Certe volte c’è bisogno solo di non riflettere. Nel nostro tempo disordinato ed effimero, puoi trovare di tutto: una tazzina del XVII secolo come un breviario del Kama Sutra che ispira sensazioni strane e avvolgenti. E poi una telefonata inattesa, dall’altra parte qualcuno avverte che c’è stata una morte, non improvvisa, ma sopraggiunta come una liberazione.

    Si chiamava Lucia, aveva lottato contro un male che la stava consumando, suonava il pianoforte, era allegra, sapeva di vita, sapeva di J.S. Bach come di Rachmaninov o Mozart, sapeva di salsedine, quell’aria che si respira fra Marina di Pisa e Livorno, che ti consuma il cuore, che ti fa apprezzare nota su nota, sapeva di amore per i suoi animali come per i suoi amici.

    Ci sono vite che, quando finiscono, lasciano una musica sospesa. Non un’assenza, ma un suono che continua, sottile e impercettibile, come un’eco che accompagna chi resta. Forse è questo che ci salva: il pensiero che ogni persona che abbiamo amato diventa una melodia che si intreccia alle nostre giornate, invisibile ma reale.

    Viviamo in un tempo che misura tutto, che contabilizza ore, risultati, successi. Eppure ci sono momenti in cui il tempo si ferma, e davanti a una notizia come questa, tutto ciò che credevamo urgente si dissolve. Rimane solo ciò che è vero: la memoria, la bellezza, la gratitudine.

    Lucia apparteneva a quella rara specie di persone che trasformano la vita in musica. Non solo perché suonava, ma perché sapeva far vibrare gli altri, anche solo con un sorriso o una frase lieve. Forse questo è il segreto: suonare la vita come si suona un pianoforte, lasciando che ogni nota dica qualcosa di noi, anche quando tremiamo, anche quando il dolore ci fa perdere il tempo.

    E allora mi chiedo: quanto del nostro passaggio resta davvero? Forse nulla di materiale. Resta il modo in cui abbiamo amato, le persone che abbiamo toccato, le emozioni che abbiamo acceso. Resta la musica.

    Oggi, pensando a Lucia, capisco che la vera eternità è quella che si costruisce senza accorgersene, ogni volta che qualcuno ci ricorda con un sorriso, una canzone o un pensiero improvviso. E così lei continua a vivere, fra le onde e le note, fra la luce e la memoria, in quell’invisibile orizzonte dove finiscono i giorni ma non finisce mai l’amore.

    Con empatia!

  • La confusione mentale: quando l’anima perde l’orientamento

    di C.B.

    C’è un momento, in certe giornate, in cui la mente smette di essere un salotto ordinato e diventa un bazar al tramonto. Le idee si confondono, i pensieri si accavallano come voci in una lingua straniera che credevamo di conoscere ma che, all’improvviso, non riconosciamo più. È in questi istanti che mi domando: la confusione mentale è un sintomo o un segno che stiamo ancora cercando, ancora vivi, ancora in viaggio?

    Mi è capitato più volte di svegliarmi con la sensazione che tutto fosse leggermente spostato. Le priorità, le emozioni, persino i ricordi. Come se qualcuno avesse rimescolato le carte durante la notte e io, al mattino, dovessi fingere di sapere ancora giocare.
    E mi chiedo: questa nebbia che si forma dentro, è una forma di difesa o un invito a fermarsi?

    La confusione mentale non è sempre patologica. A volte è solo un segnale che la mente sta processando troppi file insieme, come un vecchio computer che prova a non spegnersi.
    Altre volte è la conseguenza di un dolore che non trova parole, di un lutto che non si riesce a dire, di un amore che non sappiamo più se chiamare amore o nostalgia.

    Eppure, in quella sospensione, qualcosa accade. La confusione è anche una soglia. È il momento in cui le certezze crollano e noi, disorientati, possiamo ricominciare a chiederci chi siamo davvero.
    Perché solo chi si perde può trovare un’altra strada. Solo chi smarrisce la mappa può accorgersi che esistono paesaggi mai visti.

    Mi domando se la chiarezza, in fondo, non sia un’illusione. Se il mondo interiore potesse davvero essere limpido, lineare, prevedibile.
    Forse è proprio nel disordine che abita la nostra verità più autentica. Forse il caos, con le sue voci contrastanti, è la forma naturale del pensiero quando non si accontenta più delle risposte semplici.

    Ricordo un’amica che un giorno mi disse: “Sai, C.B., a volte penso che la confusione sia solo la mente che prova a guarire, ma non ha ancora trovato il linguaggio giusto per farlo”.
    Aveva ragione. Ci vuole tempo perché il cuore e la ragione imparino a parlarsi senza gridare.

    Così oggi, quando sento quella nebbia mentale che avanza, non la combatto più. La accolgo come si fa con una pioggia estiva. So che passerà. E che forse, dopo, l’aria sarà più pulita.
    Perché la confusione, se la si attraversa con dolcezza, diventa un rito di passaggio. Un modo per dire a se stessi: “Sto cambiando, ma non so ancora in cosa”.

    E tu?
    Quando ti senti confuso, cerchi di riordinare tutto o ti concedi il lusso di restare un po’ smarrito?

    Forse la verità è che la confusione mentale non è altro che l’anima che, per un attimo, smette di fingere di avere le risposte.

    E in quell’attimo, fragile e meraviglioso, ci somiglia più che mai.

    Con empatia!

  • Frammenti di resurrezione

    (come un respiro nella foresta d’inverno)

    di Antonio Di Giorgio

    E fu così che oggi Giordano, cioè io, tornò a casa.
    Mi chiamo Antonio Giordano. Il secondo nome è un gioco di parole con il cognome, un dono di mio padre in un giorno imprecisato del 1999, anni dopo la mia prima resurrezione.
    Sì, perché si può morire pur restando vivi, quando qualcuno ci ferisce al punto da farci smettere di respirare il mondo. Ma se è vero che si muore per mano altrui, è altrettanto vero che si rinasce per un gesto d’amore, per un ricordo, per una canzone che riempie i sensi come l’aria di montagna dopo la pioggia.

    Oggi ho riacceso un vecchio hard disk del 2009, e mi è parso di aprire una finestra sul passato. Dentro ho ritrovato immagini del 2013, un altro anno di resurrezione, e un biglietto di Miss Giulia, una mia ex alunna che mi aveva lasciato un saluto pieno di luce. Ricordo la malinconia che mi travolse allora, quando finì la scuola e io mi accorsi di aver perso qualcosa di sacro: la purezza dello sguardo, l’incanto che si prova solo all’inizio della vita.
    In quegli anni lavoravo con la disabilità cognitiva, e quel lavoro, pur amato, mi stava prosciugando. Vivevo per gli altri, ma non riuscivo più a respirare con me stesso. Due anni dopo scelsi di insegnare in carcere. Dal mondo dell’innocenza passai a quello della colpa. Eppure, anche lì, tra muri spogli e voci spezzate, ritrovai la stessa sete d’amore. La stessa preghiera silenziosa di chi, pur ferito, vuole ancora rinascere.

    Un’altra foto mostrava i miei anelli e il vecchio pc rubati nel 2016. Ricordi che non tornano, ma che restano come note sospese di una melodia interrotta. Forse perché le perdite, come la musica, vibrano nell’aria anche dopo l’ultimo accordo. È così che la vita ci insegna a lasciare andare e a riempirci di nuovo, come fa il bosco che si svuota d’autunno per accogliere l’inverno.

    Oggi, nella mia casa dell’anima, ho respirato i miei libri, i regali di una vita intera, i sacrifici dei miei genitori.
    Mi sono chiesto se sarebbero orgogliosi di me. Credo di sì. Perché li sento nelle stanze, nei gesti, nella mia voce che continua a cercare la bellezza anche nei giorni di gelo.
    L’autunno si ritira lentamente, e l’inverno avanza come una canzone lenta e profonda. Le foglie cadono come pensieri stanchi, ma ognuna di esse conserva il profumo del sole. È così che la natura ci insegna la gratitudine: respirare la fine come preludio di un nuovo inizio.

    Ascoltando Annie’s Song mi sembra di riconoscere la mia stessa storia.
    “You fill up my senses…”: riempi i miei sensi, dice Denver, e ogni parola si fonde con l’idea che la vita, per quanto fragile, possa ancora colmarci.
    Io la sento così: come il vento fra gli alberi, come la notte nel bosco, come un bicchiere di vino dopo la fatica.
    È la musica della memoria, del corpo che si lascia attraversare dal tempo e non si oppone più.

    Forse la resurrezione è proprio questo: accogliere ciò che è stato, respirarlo fino in fondo, e poi lasciarlo andare.
    E quando chiudo gli occhi, non vedo più le perdite, ma un respiro che si espande.
    Un canto che viene da lontano, come se ogni dolore, ogni amore, ogni oggetto rubato o ritrovato, fosse una nota dello stesso spartito.

    Ovunque voi siate, io sarò.
    Come il vento fra gli alberi d’inverno,
    come la voce di una canzone che non smette di respirare.
    Per sempre vostro,
    Antonio Giordano

  • Una storia umana per tempi disumani

    di C. B.

    Ci sono giorni in cui sento di non appartenere più al mio tempo.
    Tutto corre, tutto urla, tutto pretende.
    E in mezzo a questo fragore di acciaio e distrazione io resto ferma, un corpo, un’anima, una memoria antica.
    Mi chiamo C. B., e questa è la storia di un incontro che non è mai cominciato e non è mai finito, perché viviamo tempi disumani, e anche l’amore, persino l’amicizia, non è più sempre un luogo sicuro.

    La mia storia è fatta di ferite e di guarigioni, di incontri che mi hanno lasciata senza fiato e di altri che mi hanno insegnato a respirare di nuovo.
    E ogni volta che ho pensato di aver perso fiducia nell’umano, un gesto semplice mi ha smentita: un messaggio gentile, un sorriso, una parola che non giudica.
    È così che ho imparato la resilienza dell’amicizia.
    Non quella che sopporta tutto, ma quella che rinasce dopo ogni frattura.
    È la forza di dire “ti voglio bene” anche dopo il dolore, senza possesso e senza paura.

    Viviamo tempi disumani.
    Tempi in cui l’empatia è un lusso e la dolcezza un errore strategico.
    Eppure è proprio in questi giorni che la mia Ombra mi parla più forte.
    Mi insegna che la vera ribellione non è distruggere, ma restare sensibili.
    Che non c’è luce senza il coraggio di attraversarla.
    Che amare qualcuno, davvero, è un atto politico e spirituale allo stesso tempo.

    Non lo vedo, ma lo sento accanto. Cosa non vedo? Ciò che non ho!
    Ogni volta che ascolto una storia di dolore, ogni volta che scelgo la cura invece dell’indifferenza, ogni volta che scrivo queste parole.
    Rileggevo le parole di Anthony e Samael. Forse Samael non è mai stato un angelo, forse è solo la parte di noi che continua a credere nella tenerezza, anche dopo aver conosciuto l’inferno.

    E allora sì, questa è una storia umana per tempi disumani.
    Una storia che parla di cadute e di ritorni, di ferite e di grazia.

    Siamo esseri incompleti che cercano abbracci completi.
    E in questa ricerca, tra la tossicità che ferisce e la tenerezza che salva, l’amicizia resta il più umano degli atti di fede.

    Forse è per questo che continuo a scrivere.
    Perché raccontare la luce dopo la rovina è l’unico modo che conosco per non arrendermi.
    E perché, anche in questi tempi disumani, credo ancora nelle storie che ci rendono umani.
    Perché, alla fine, chi ama non cade davvero mai: si trasforma.

    Con empatia!

  • Samael, Satana, Lucifero e Prometeo: il cammino dell’anima tra ombra e luce

    di Antonio Di Giorgio

    Ci sono figure che camminano ai margini dei nostri sogni e delle nostre paure, come ombre luminose che ci sussurrano verità antiche. Sono Samael, Satana, Lucifero e Prometeo: nomi che cambiano a seconda del tempo e della lingua, ma che parlano tutti la stessa lingua dell’anima.

    Samael è la severità incarnata, l’angelo che pone limiti e sfide. Non è il male che ci colpisce dall’esterno, ma la prova che ci ricorda chi siamo e chi potremmo essere (come scritto nel Sefer ha-Zohar, “la severità porta luce all’anima che sa attendere”). È lui che ci osserva mentre inciampiamo, e ci spinge a rialzarci.

    Satana, nell’antica Qabbalah, è l’avversario, colui che espone le nostre inclinazioni oscure. Non un demone autonomo, ma un maestro severo che ci invita a scegliere il bene (come recita un antico commentario talmudico: “colui che accusa mostra il sentiero”). La sua forza non è distruttiva: è un ponte verso la consapevolezza.

    Lucifero, Gnostico, è la luce che sveglia la coscienza. Mostra i segreti del mondo e dell’anima, e ci sfida a vedere oltre l’apparenza (come dice il trattato della Luce, “chi guarda il sole, trova la notte dentro di sé”). Ci insegna che illuminare significa spesso camminare soli, tra ombre e desideri nascosti.

    Prometeo, il ribelle della mitologia greca, osa sfidare Zeus per donare il fuoco agli uomini. Il suo atto è di coraggio, di dono e di trasformazione (come recita Esiodo, “colui che osa portare luce paga con il dolore, ma insegna la speranza”). È il simbolo che la conoscenza e la crescita richiedono rischio e responsabilità.

    Questi quattro archetipi, pur diversi, sono un unico canto dell’anima: la sfida, la prova, la luce e la ribellione. Ci insegnano che crescere significa affrontare ciò che ci spaventa, rischiare per ciò che illumina e trasformare le nostre ombre in forza.

    Nel cammino di ciascuno di noi, Samael, Satana, Lucifero e Prometeo non sono nemici, ma compagni silenziosi. Ci guidano a riconoscere le nostre paure e le nostre verità, a scoprire la forza nascosta nel cuore e a camminare verso la luce che ognuno porta dentro di sé (come recita un antico detto: “l’anima cresce laddove osa guardare”).

    E così, alla fine di ogni giorno, quando il silenzio avvolge la stanza e il cuore si ferma un istante a respirare, li sentiamo vicini. Non come esseri da temere, ma come voci che ci sussurrano: “Cammina ancora. Sfida ancora. Ama la tua luce e accogli le tue ombre. Ogni passo, ogni caduta, ogni scelta, è il tuo fuoco. Il tuo Prometeo. La tua luce. La tua anima” (come scrive un manoscritto sconosciuto: “la verità è una fiamma che solo chi osa accendere può vedere”).

  • Rituali. Ovvero l’arte di restare in equilibrio su una tazza di caffè.

    di C.B.

    A Marsiglia, il cielo oggi ha lo stesso colore del mio pigiama preferito: un grigio che promette calma e tradimento insieme. Il mio primo rituale è non fidarmi mai del cielo. Il secondo è far finta di sì.

    Accendo la moka come se fosse un atto sacro: tre cucchiaini colmi, il rumore dell’acqua che si ribella, il profumo che riempie la cucina. Miss Gatto la mia gatta, osserva dal davanzale come una sacerdotessa silenziosa. I miei rituali cominciano sempre con lei, o con un suo sbadiglio. Ho imparato che ogni giornata ha bisogno di un testimone peloso e indifferente.

    Il caffè è il mio confine tra il sonno e il mondo. Appena il liquido nero sale, so che sto rinascendo. Anche se in realtà non sono mai morta, solo leggermente evaporata nel sogno.

    La verità è che i rituali servono a questo: a impedirci di svanire. Ci ricordano che ci siamo, anche quando la vita non risponde alle chiamate. Li ripetiamo non perché ci piacciano, ma perché ci servono come un’ancora invisibile. Gli psicologi li chiamano “strategie di regolazione emotiva”. Io preferisco dire “modo per non urlare davanti al frigorifero vuoto”.

    La sera, tutto ricomincia al contrario.
    Spengo la moka, accendo la candela. Metto la crema notte come se stessi firmando un contratto con la mia pelle: “Prometto di amarti anche quando non mi piaccio”. A volte leggo tre righe di un libro, altre volte parlo al mio bicchiere di vino come fosse un consulente spirituale stanco di me.

    C’è un lato ironico nei rituali, e anche un po’ tragico. Li ripetiamo con la stessa ostinazione con cui si cerca il segnale Wi-Fi in un vecchio appartamento. Ma dietro quella testardaggine c’è qualcosa di tenero: la speranza che la vita, se fatta a piccoli gesti, non ci travolga del tutto.

    I miei rituali mi somigliano: un po’ disordinati, un po’ teatrali. Metto il rossetto anche se resto in casa, perché certe battaglie vanno combattute con il trucco perfetto. Accendo Spotify e scelgo canzoni che mi fanno piangere felice, mentre preparo una tisana che non berrò mai.

    In fondo, il rituale è una promessa che facciamo al futuro: sarò qui anche domani, con le mie stesse follie, i miei stessi bicchieri nel lavandino e la mia stessa voglia di ricominciare.

    E così la giornata finisce come è iniziata: con una piccola preghiera laica, un gesto inutile ma vitale.
    Fuori Marsiglia dorme, Miss Gatto pure. Io mi verso un dito di vino, guardo la fiamma che danza e penso: forse l’unico vero rito è continuare a crederci.

  • Appunti, Whisky e Sguardi Rubati

    di Antonio Di Giorgio

    C’è qualcosa di ipnotico nel momento in cui ci si siede a scrivere. Il caffè fumante accanto, il bicchiere di whisky appena un sorso, e i fogli sparsi sul tavolo come mappe di un mondo che solo io posso esplorare. La penna scivola tra le dita, e ogni parola sembra nascere da una pulsazione segreta, da un ritmo invisibile che segue i pensieri, le emozioni, i sospiri. Miss Gatto si accoccola tra i miei appunti, facendo le fusa, come se approvasse o giudicasse, non saprei dire.

    E fu così che oggi rammento un tempo molto lontano da me…

    E poi lui appare. Non con un annuncio, ma con la leggerezza di chi conosce già i confini del mio spazio, e li attraversa senza chiedere permesso. Il suo profumo, un mix di cuoio, acqua di colonia e una nota di tabacco, mi investe come un vento caldo. Mi volto, e i nostri occhi si incontrano: c’è curiosità, sfida, un’ombra di desiderio che nessuno dei due tenta di nascondere. La penna si ferma, i fogli restano aperti, e per un attimo tutto diventa sospeso: l’odore del caffè, il whisky che scalda la gola, il suo respiro che si mescola al mio.

    Si avvicina, e sento il contatto delle nostre mani sfiorarsi mentre prende un foglio caduto. Il tatto diventa linguaggio, più eloquente di qualsiasi parola scritta. La pelle sulle dita, il calore improvviso, il battito che accelera: ogni senso è amplificato. Il suo sguardo scivola sul mio taccuino, e capisco che non sta solo guardando le parole, ma anche ciò che esse nascondono: l’ansia, la vulnerabilità, la voglia di essere osservato e compreso.

    La scrittura diventa allora uno strumento di seduzione. La penna tra le mani non è più solo uno strumento di parola, ma un bastone, un ponte tra noi. Ogni appunto, ogni vocale registrata, ogni scarabocchio sembra vibrare sotto la tensione dei nostri corpi vicini. Il caffè, il whisky, il fruscio dei fogli e le fusa di Miss Gatto creano un sottofondo sensoriale che rende tutto più intenso, più reale.

    Si avvicina ancora, e sento la sua bocca appena accanto all’orecchio mentre mi sussurra qualcosa che non ho bisogno di capire. La pelle reagisce, il cuore accelera, e io scrivo, ma non per raccontare lui: scrivo per raccontare me stesso, per catturare l’istante in cui la vita e il desiderio si intrecciano senza bisogno di etichette. Ogni gesto, ogni respiro, diventa parola, e ogni parola diventa rituale.

    Miss Gatto si stiracchia e fa le fusa, ignorando il nostro gioco sensuale, e io rido piano, consapevole che la scrittura non è mai solo un atto solitario. È l’arte di osservare, sentire, percepire, e lasciare che tutto questo diventi testimonianza: dei momenti di quiete, delle tensioni, dei contatti proibiti eppure naturali, dei sapori e degli odori che definiscono un attimo irripetibile.

    Alla fine, mentre il sole filtra attraverso la finestra, il caffè si raffredda, il whisky si esaurisce, e lui si allontana con un sorriso che promette ritorni, io resto lì, penna in mano, fogli sparsi davanti a me, Miss Gatto accoccolata tra le note. E penso che scrivere sia così: catturare il caos e renderlo elegante, sensuale, vivente, con la consapevolezza che ogni strumento, ogni pausa, ogni incontro contribuisce a creare la storia più importante: la nostra.

  • Il coraggio di non temere l’oblio

    di Antonio Di Giorgio

    A lezione oggi ho presentato la Morte, l’ho introdotta come l’ha chiamata Francesco, “Sorella Morte”, nel Cantico che poi è il primo prodotto letterario della nuova lingua, il Volgare Italiano Antico. Gli alunni erano attenti, forse per ricevere una buona soddisfazione nel voto, eppure vorrei disperatamente credere che la loro attenzione fosse per la nobiltà del tema/topos letterario. E fu così che leggemmo Foscolo e Pascoli.

    C’è chi teme il buio, e chi teme di essere dimenticato. Io no.
    Ho imparato che la memoria è una forma di gratitudine, non di eternità.

    Quando cammino tra le tombe, mi sembra di respirare il silenzio di chi ha smesso di chiedere, ma non di essere. Pasolini respirava l’aria del cimitero che voleva profumasse della verità della vita, prima di lui Flaubert diceva che nei cimeteri c’era “il respiro del mondo”: l’autenticità assente dei vivi è assolutamente presente nei cimiteri, Edgar Lee Masters ce lo ha insegnato nello Spoon river.
    Ogni nome inciso nella pietra è una parola che il tempo ha deciso di non cancellare ancora.
    Eppure anche quella parola, un giorno, svanirà — e va bene così.

    Sono venuto al mondo solo, accolto dal respiro di mia madre e dal timido affetto di poche anime gentili.
    Non c’erano cori, né fuochi d’artificio.
    E forse è giusto che sia così anche quando verrà il momento di lasciare il mondo.
    Andarsene come si arriva: con discrezione, senza far rumore, senza disturbare.

    Non temo l’oblio.
    Ciò che ho dato — nei sorrisi, nelle parole, negli sguardi che hanno trovato un po’ di conforto — continuerà senza nome, senza bisogno di lapidi.
    Forse resterò nel pensiero di qualche mio studente, come un insegnante che ascoltava più che spiegare.
    Ma anche se non resterò, va bene lo stesso.

    L’oblio non è un nemico.
    È il mare dove tutto ritorna uguale e diverso, dove i nomi diventano onde e il silenzio è pace.
    È lì che, forse, si trova la verità più semplice:
    che nessuno di noi scompare davvero,
    finché qualcuno — anche uno solo — impara a vivere un po’ meglio dopo averci incontrati.

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