
di C.B.
Mi chiedo spesso quando tutto sia cominciato. Non parlo di una data precisa, ma di quel momento in cui una donna capisce che il suo corpo, la sua voce, la sua libertà sono diventati oggetti da controllare. In Iran, quel momento arriva presto, ma non è frutto del caso: è storia, politica, potere.
Io, che ho imparato a osservare le persone più che giudicarle, vedrei le ragazze iraniane camminare per strada con occhi che sanno di dover essere attenti, sorrisi misurati, passi che devono essere leggeri come per non disturbare. Le loro mani stringono borse, libri, zaini come se fossero armi delicate. Piccoli gesti di resistenza quotidiana.
Non si nasce ribelli. Si nasce con il diritto di respirare, di ridere, di alzare lo sguardo senza paura. Poi arriva la rivoluzione del 1979 e tutto cambia. Il velo, che prima era una scelta, diventa obbligo. La voce, che prima era libertà, diventa sospetta. Il corpo, che prima era casa, diventa territorio di regolamentazione. Non è solo religione: è potere. Controllare le donne significa controllare il futuro di una società intera.
Eppure, nonostante le leggi, nonostante la paura, le donne continuano a vivere. Continuano a studiare, a lavorare, a creare. Non hanno smesso di essere donne: hanno smesso di essere invisibili. L’università è piena di studentesse brillanti; le strade, di artiste che trovano mille modi per far sentire la loro voce. Ogni atto di coraggio, anche piccolo, è un seme di rivoluzione.
Poi arriva il momento in cui il dolore diventa insopportabile e diventa grido. La morte di Mahsa Amini è stata quel momento. Un corpo spezzato, ma una scintilla accesa. “Donna, vita, libertà.” Tre parole che diventano mantra, soglia di cambiamento, promessa di futuro. Non chiedono privilegi. Chiedono esistenza. Chiedono di poter vivere senza paura nel proprio corpo.
Io vedo il coraggio delle donne iraniane come una lezione universale: la libertà può essere repressa, ma non estirpata. Respira negli occhi, batte nel cuore, attende il momento giusto per fiorire. Ogni volta che una ragazza esce di casa e decide di camminare come vuole, ogni volta che una madre insegna alla figlia a pensare, il cambiamento avanza. Lentamente, forse, ma inesorabilmente.
Non è una storia finita. È un capitolo che stiamo leggendo adesso, e ogni pagina parla anche a noi. Ci ricorda che la libertà non è un dono, è una conquista quotidiana. Che ogni atto di coraggio, anche silenzioso, è rivoluzione. Che le donne iraniane non stanno chiedendo nulla che non appartenga a tutti: il diritto di essere, finalmente, interamente se stesse.
E io lo scrivo, perché il mondo sappia, perché non dimentichi, perché chi legge possa sentire la forza di chi resiste. Perché la speranza è ancora possibile, se la sappiamo riconoscere e sostenere.
Con empatia a tutte le Madri, Sorelle, Amiche dell’Iran…

